I fondatori (da sinistra) Marzio Schena, Grégoire Mathonet, Matteo Cernuschi
I fondatori (da sinistra) Marzio Schena, Grégoire Mathonet, Matteo Cernuschi

Non solo teatri, radio, palasport. La musica è ovunque, in ogni film, pubblicità, locale, spiaggia. Accompagna il nostro quotidiano e, come scriveva Oscar Wilde, "non rivela mai il suo segreto finale". La startup ANote Music, base in Lussemburgo, non ha scoperto questo segreto, però ha alzato il velo dell’ investimento in canzoni, creando una Borsa delle note che cantiamo o fischiettiamo, presentata pochi giorni fa in Italia. La startup di Marzio Schena, Matteo Cernuschi e Grégoire Mathonet, tutti rigorosamente under 30, ha appena due anni. Ma ha già dato un’identità nuova al mondo dei diritti d’autore, costruendo un’opportunità di investimento anche per il piccolo o giovane risparmiatore. Chi compra una quota di un catalogo musicale, in quanto proprietario, incassa il diritto d’autore. E può rivendere quando vuole.

Le royalties non girano solamente fra addetti ai lavori?

"Case discografiche e manager – risponde uno dei tre padri di ANote Music, Marzio Schena – hanno sempre incassato i diritti in un mercato chiuso, fermo al finanziamento in banca, senza contatti con il mondo finanziario".

Quindi, la vostra è un’idea alternativa di finanziamento sul mercato. Modello azioni?

"Sì, noi replichiamo il meccanismo del mondo borsistico. Un catalogo musicale è sostanzialmente un copyright che genera futuri diritti e noi diamo la possibilità di investire sulle azioni di questi cataloghi. È una leva finanziaria sul valore della musica".

Il salto culturale è netto. Come siete stati accolti dall’industria musicale, più abituata a bussare alla porta delle banche?

"È stato un viaggio complesso per la mentalità chiusa. Il mondo musicale è criptico, abbiamo impiegato circa un anno per capire come funziona. Ma, quando siamo partiti, non abbiamo avuto problemi, ci siamo proposti senza sgomitare come facilitatori".

Facilitatori che guardano anche allo sviluppo esponenziale dello streaming?

"Con Internet il mondo musicale ha inizialmente conosciuto una decrescita. Da Napster in poi si è creato un far west in cui monetizzare è più difficile perché sfugge la tracciabilità. Il download produce diritti perché è a pagamento. Con lo streaming si paga un canone per l’ascolto. E Spotify, ad esempio, raccoglie la cifra totale di royalty e poi le distribuisce pro quota in base alla media degli ascolti di ogni brano".

ANote Music si muove a monte della distribuzione di royalties. Come stabilite il prezzo?

"Partiamo da quanto al venditore interessa raccogliere e lo confrontiamo con la generazione di cassa passata".

L’investitore rischia?

"Noi proponiamo cataloghi che mostrano solidi profili di generazione di royalties, ma i rischi da oscillazione di valore e generazione futura rimangono”.

Più evergreen che fenomeni?

"Il successo non è un elemento importante, a noi interessa la costanza dell’ascolto che significa generazione costante di royalty. Chi compra ha in mano una proprietà intellettuale, un copyright che è monetizzabile".

Il metodo del cassettista vince sul mordi e fuggi?

"Quella del cassettista è proprio la strategia vincente perché la musica genera un valore reale e rendimenti che, con la finanza pura, non vedresti neanche con il binocolo".

È un mercato liquido?

"Decisamente. I cataloghi possono restare sulla piattaforma all’infinito, a meno che il venditore, per mantenere salda la proprietà, non stabilisca un limite".

Il vostro guadagno come si realizza?

"Applichiamo commissioni di quotazione e di distribuzione delle royalties che riceviamo in rappresentanza degli investitori".

Generazione bitcoin?

"No, la nostra offerta è contro il bitcoin di cui non si sa nulla, né quale valore futuro potrà avere. Noi abbiamo un sottostante ben chiaro, cioè un diritto di proprietà con una valutazione precisa e un rendimento costante perché i cataloghi che proponiamo hanno oscillazioni minime".

ANote Music ha base in Lussemburgo. Lei e il suo socio italiano provate nostalgia o rabbia per questa Italia?

"Io ribalto il concetto della fuga di cervelli. Sono andato via per espormi a mondi diversi e crescere a 360 gradi".