È un ambasciatore dell’eccellenza del made in Italy nel mondo. E vuole continuare a esserlo superando la crisi provocata dal Coronavirus, guarendo vecchi mali del mondo agricolo come quello del caporalato nel Sud Italia e guardando al futuro puntando sull’innovazione tecnologica. Perché anche quella del pomodoro può essere un’industria 4.0. Già oggi, del resto, spiega Giovanni De Angelis (nella foto), dg di Anicav, quasi tutto il pomodoro da industria viene raccolto con macchine che impiegano meno di 10 addetti al posto di 40 braccianti. La meccanizzazione riguarda il 100% nel Nord (a partire dai distretti di Piacenza, Parma e Ferrara) e oltre il 90% nel Sud, dalla Campania alla Puglia.

Per questo l’industria del pomodoro, da sempre impegnata per sconfiggere caporalato e lavoro nero (e quindi favorevole ai provvedimenti che favoriscono la regolarizzazione di chi lavora nei campi come quello attuato dal governo) guarda con minore apprensione alla mancanza di manodopera (almeno 250mila addetti nei campi secondo l’allarme lanciato da Coldiretti) per la raccolta di quest’estate, destinata a confermare il primato delle aziende rappresentate dall’Anicav.

Fondata nel 1945 da un gruppo di industriali conservieri emiliani, campani e siciliani riunitisi a Napoli, l’associazione che aderisce a Confindustria e Federalimentare è la più grande al mondo come imprese rappresentate (oltre cento, pari al 70% del totale del settore) nel settore della trasformazione del pomodoro. Una produzione per cui il nostro Paese, ricorda De Angelis, è secondo solo agli Stati Uniti con una quota del 13% a livello mondiale e del 50% in Europa. L’anno scorso, con quasi 65mila ettari messi a coltura, circa 10mila lavoratori fissi e 25mila stagionali, sono state trasformate 4,8 milioni di tonnellate di pomodoro, di cui il 49,3% al Nord, per un fatturato di quasi 3,5 miliardi, oltre il 50% del quale realizzato con le esportazioni.

La pandemia si è fatta sentire anche sulle vendite di passate di pomodoro (che rappresentano quasi il 58% del mercato), polpa (23%), pelati (13,5%), pomodorini e concentrato (quasi il 6%). L’aumento degli acquisti nella Gdo, sottolinea il dg di Anicav, spinte anche dall’iniziale fenomeno dell’accaparramento non è riuscito a compensare il crollo delle forniture al canale Horeca (bar, ristoranti, alberghi) per cui tra l’altro le aziende producono formati differenti. E il rischio, avverte De Angelis, è che questa situazione difficile si prolunghi anche nei prossimi mesi perché la graduale riapertura dell’Italia con la Fase2 non potrà vedere, a partire da questa estate, una piena ripresa del canale Horeca. La filiera del pomodoro da industria però non si ferma e punta, per superare le difficoltà, su un sempre maggiore ricorso a nuove tecnologie. Del resto meccanizzazione e digitalizzazione dei processi produttivi (come il telerilevamento delle colture già attivo al Centro-Sud e da quest’anno anche in Emilia) sono, con la flessibilità e la sburocratizzazione, uno dei tre pilastri su cui si basa lo sviluppo del settore e in generale dell’intero sistema produttivo del Paese. Le nuove tecnologie potranno essere utili anche a sconfiggere il fenomeno del caporalato.

Attraverso un progetto che vede coinvolti attori della filiera e ministeri competenti (Interno, Agricoltura e Lavoro) si sta sviluppando una specifica app per il reclutamento dei lavoratori agricoli oltre a mettere a sistema il telerilevamento satellitare per gestire i trasporti da e per i campi.