L’occupazione si colora di verde. Entro il 2023, infatti, un nuovo posto di lavoro ogni cinque arriverà dalla green economy, che già oggi vale il 2,4% del Pil italiano. È quanto emerge da uno studio di Censis e Confcooperative secondo cui il contributo delle aziende ecosostenibili all’occupazione nazionale sarà oltre il 50% in più rispetto al digitale, che non riuscirà ad andare oltre 214mila nuovi occupati, e il 30% in più dei nuovi posti di lavoro prodotti dalla tutte le imprese della filiera salute e benessere, che si attesterà a quota 324mila assunzioni.

«Il settore green è il nuovo eldorado dell’occupazione – commenta Massimo Stronati, presidente di Confcooperative Lavoro e Servizi – Da rifiuto a risorsa che fa bene alle imprese e all’ambiente si può. La plastica raccolta può dare vita a oggetti green che possono essere inseriti tra gli acquisti della Pubblica amministrazione, la cui spesa annuale ammonta a oltre 170 miliardi. Se di questi se ne destinassero 20 miliardi, attraverso gare di appalto e public procurement, all’acquisto di prodotti nati da plastica riciclata si genererebbe nuova occupazione. Che, tra filiera diretta e indiretta, creerebbe lavoro per circa 80mila persone in meno di tre anni».

«La spesa pubblica e il public procurement – continua Stronati – possono e devono essere sempre più volano di sviluppo e moltiplicatore di ricchezza ed evitare la tentazione di internalizzare i servizi. Oltre alle cifre conta soprattutto la qualità della spesa. Incoraggiare gli acquisti green fa bene alle imprese, all’economia e all’ambiente, se pensiamo che nello scenario di riscaldamento globale le stime dei danni da disastri climatici nei paesi del G20 sono pari a oltre il 4% del loro Pil. Incoraggiare l’economia verde è un investimento non una spesa, così come prevedere dei meccanismi di incentivi e dei premi di produttività per le imprese più impegnate nella sostenibilità e che creano occupazione nel green».

«La filiera cooperativa – aggiunge il presidente di Confcooperative-Fedagripesca, Giorgio Mercuri – lavora da tempo per un’agricoltura più sostenibile sia con progetti volti a ridurre le emissioni di CO2, grazie a impianti di produzione di biometano, sia nell’ottimizzazione di risorse idriche con l’agricoltura di precisione, che nelle coltivazioni orticole riduce di almeno il 40% il consumo di acqua. Sosteniamo le nostre imprese nel realizzare strumenti che consentano al consumatore di misurare quanto viene fatto in termini di sostenibilità e scegliere consapevolmente i prodotti».

«Per questo – sottolinea Mercuri – riteniamo fondamentali politiche pubbliche che spingano verso una logica di incentivazione degli investimenti e siamo preoccupati per ‘plastic tax’ e ‘sugar tax’ prive di ogni effetto positivo sull’ambiente e che, se non opportunamente ripensate, rischiano di pregiudicare la sostenibilità economica delle nostre imprese, con implicazioni anche sui percorsi di sviluppo in termini ambientali e sociali».

«I pescatori – spiega il vicepresidente di Fedagripesca, Paolo Tiozzo – sono i veri guardiani del mare. Hanno raccolto in poco tempo plastica pari a due milioni e mezzo di cottonfioc, ben 170mila bottiglie di plastica. Il vero problema sorge nel momento in cui il rifiuto arriva in banchina e deve essere smaltito. Per molti Comuni marinari si tratta di un aggravio di costi che spesso è troppo oneroso per le loro casse. Manca un anello importante della filiera: chi ritira il rifiuto e lo conferisce in discarica».