Bologna, 6 marzo 2018 - Nella blockchain, cioè l'archivio contabile decentrato che sta dietro a Bitcoin e alle altre criptovalute, le banche vedono opportunità inedite. Per esempio quella di trasferire denaro senza bisogno di intermediari, tagliando costi e tempi degli scambi. Tutti gli istituti, italiani compresi, sono già in campo per costruire le loro blockchain. Del consorzio R3 fanno parte a fianco a Bank of Amerca e Ubs anche Intesa, Mediolanum e Unicredit (presto potrebbe entrare Ubi). Unicredit è impegnata anche in Wetrade, partecipata da alcune grandi banche europee con il supporto tecnologico di IBM: una piattaforma di pagamenti internazionali per le piccole imprese  che renderà le transazioni simultanee, accorciando i tempi di regolamento e abbattendo i rischi commerciali per gli esportatori. E che potrà essere utilizzata anche dai trasportatori e da tutto il sistema della logistica con smartphone e tablet. È la blockchain senza bitcoin. “La reazione degli incumbent del mondo finanziario, come per esempio le banche, a Bitcoin, ricalca un po’ le famose fasi di elaborazione del lutto. Inizialmente, Bitcoin viene ignorato, poi attivamente combattuto come pericoloso. Poi arriva la fase di compromesso, in cui le banche cercano di cavalcare il tormentone ‘blockchain senza  Bitcoin’ (un po’ come il tormentone ‘online senza Internet’ dei primi  anni '90), facendosi in casa consorzi e startup come Ripple, R3, Hyperledger. Alla fine, dopo la depressione per il fallimento degli esperimenti sulle ‘blockchain private’ arriva la fase di accettazione con i casi d'uso reali”, spiega Giacomo Zucco, ad di BHB Network-BlockchainLab, azienda che aiuta imprese e banche ad implementare servizi con tecnologia blockchain. Per abbracciare queste tecnologie le strade sono due. “Servire il mercato di chi vuole investire nella nuova asset class rappresentata dal bitcoin, da un lato, o utilizzare la blockchain di Bitcoin come ‘notaio’, cioè sfruttarne l'immutabilitá per dare prova di non manipolazione di documenti o transazioni”.

Ubi Banca partecipa ad altri due progetti in rampa di lancio, con AbiLab e con Sia, entrambi basati sull’utilizzo della piattaforma blockchain Corda sviluppata dal Consorzio R3 . Il progetto con Sia, al quale aderiscono una quindicina di banche, è già in fase di implementazione, il primo ‘use case’ è relativo  al processo di ‘Anticipo fatture’ e consentirà alle banche di verificare che le fatture presentate dalle piccole e medie imprese non siano state presentate ad altri istituti come garanzia. Step preliminare per ottenere un finanziamento che poi sarà erogato secondo i canali tradizionali. Questo grazie un unico libro mastro non alterabile e accessibile da tutte le banche. “A marzo parte il progetto pilota e, dopo la fase di test, presumibilmente entro a fine anno, la funzionalità verrà integrata nei sistemi in produzione delle banche”, spiega Matteo Baido, responsabile IT innovation di Ubi Banca. Un’iniziativa alla quale guarda con interesse il Consorzio R3, anche perché si tratta di uno dei primi casi di blockchain ‘di sistema’ sviluppato tra le banche di un paese: “In prospettiva - sottolinea Baido - questo è il vero valore, le banche potranno implementare nuove applicazioni su questa infrastruttura tecnica destinata a diventare la blockchain delle banche italiane: pagamenti, smart contract, nuovi prodotti e servizi”. Con una maggiore efficienza in termini di tempi e costi. Sempre su Corda, AbiLab sta sviluppando il progetto ‘Spunta Interbancaria Italia’: un sistema automatico di quadratura dei conti reciproci delle banche. Per quanto riguarda invece pagamenti e servizi connessi a Bitcoin e alle altre criptovalute, Ubi Banca sta alla finestra: “È, ad oggi, un ambito prevalentemente speculativo e caratterizzato da un’assenza di regolamentazione il che espone gli utilizzatori a rischi elevatissimi”. Ancora più netto è stato il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che ha parlato di “bolla speculativa della quale le autorità finanziarie dovrebbero occuparsi”.

Un passo in più lo fa Banca Sella che è sempre più la banca del Fintech. La sua piattaforma di e-commerce Getspay integra oltre 40 sistemi di pagamento attivi, compresi quelli in Bitcoin. “Li convertiamo direttamente in euro e li depositiamo sul conto corrente dell’esercente per eliminare il rischio di volatilità”, spiega Marco Coda, specialista criptocurrency e blockchain del Gruppo Sella che, attraverso SellaLab, collabora con diverse startup italiane del settore come The Rock Trading e Conio. La sfida è scoprire tutti quei servizi che un intermediario come una banca può offrire nel mondo delle valute virtuali. “Molti clienti ci chiedono informazioni e così abbiamo iniziato a fornire una consulenza specifica”, aggiunge Coda, e, per chi vuole investire la banca consente di sottoscrivere ETN (strumenti finanziari regolamentati che replicano l’andamento di un prodotto) su Bitcoin ed Ethereum quotati al mercato di Stoccolma: “Ma per la loro elevata rischiosità, non sono certo prodotti adatti a tutti” . Federico Tenga, co-fondatore di Chainside, piattaforma per gestire pagamenti in Bitcoin, e del BEN italiano (Blockchain Educational Network) non ha dubbi: “Anche se l’Italia è indietro rispetto all’estero, c’è molto interesse da parte di banche e imprese sul tema: sia sul fronte dei pagamenti in criptovalute sia per quanto riguarda l’uso della blockchain per la sicurezza dei dati. Non ci sarebbe inoltre da stupirsi se nei prossimi anni alcune banche andassero incontro alle esigenze del mercato iniziando a offrire investimenti in criptovalute”.