Carlo Cottarelli (Newpress)
Carlo Cottarelli (Newpress)

Roma, 21 aprile 2019 - Non sarà facile. Anzi, per alcuni – compreso l’ex commissario Carlo Cottarelli, che qui intervistiamo – è una mission impossibile: trovare 23 miliardi per scongiurare l’Iva nelle pieghe del bilancio dello Stato. O meglio, usando la scure sulle spese dei ministeri o sui (tanti) capitoli di spesa fuori controllo del nostro Paese. Diciotto di questi miliardi dovrebbero arrivare da privatizzazioni. 
Ci hanno provato in tanti, questa volta tocca a i due viceministri Laura Castelli (Movimento 5 Stelle) e Massimo Garavaglia (Lega), nominati due giorni fa da palazzo Chigi: i due politici cercheranno di riuscire in un’impresa in cui hanno fallito tanti tecnici (spesso non per colpa loro). La ‘chimera’ della spending review, cioè della revisione di spesa, viene inseguita dal 2012, col professor Monti a capo del governo. La commissione capitanata da Piero Giarda, allora ministro, individuò in 295 miliardi di euro la spesa aggredibile in pancia allo Stato. Un obiettivo lontanissimo. E intanto, oggi, il debito continua a salire. 

INTERVISTA di ALESSIA GOZZI

Trovare 23 miliardi per evitare l’aumento Iva è praticamente impossibile secondo l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli. Mancano "tempo e volontà politica per fare una vera revisione della spesa pubblica". Il rischio è finire nei soliti deleteri "tagli lineari". Senza contare che "in soli 5 mesi qualcosa si può racimolare, ma è molto difficile riuscire a fare operazioni strutturali che portino a veri risparmi".

Aldilà del fattore-tempo, l’entità dei risparmi che si punta a realizzare è ambiziosa. Obiettivi che, anche in passato, non si è riusciti a realizzare...
"Certamente. Il rischio è di finire nei soliti tagli lineari. Cioè, che si vada a tagliare sia le parti della pubblica amministrazione che sono già efficienti sia quelle che non lo sono".

Quando lei è stato commissario alla spending review ha indicato diverse aree di intervento, alcune però non sono proprio state toccate...
"In alcune c’è stato un inizio di intervento. Ad esempio, la riforma degli acquisti nella Pa attraverso Consip e le altri centrali di acquisto, ma sta andando avanti moto lentamente, ci sono resistenze. Quando si accentrano gli acquisti, si tolgono potere e vantaggi ad altri soggetti. Anche sulle forze di polizia non si è fatto quasi niente, tranne l’intervento sulla Forestale, per qualche decina di milioni di risparmi".

Poi c’è il capitolo caldo delle tax expenditures: la selva di sconti e agevolazioni fiscali che vale oltre 75 miliardi. Nessuno l’ha mai toccata perché si va a incidere la carne viva nelle tasche degli italiani....
"Quella è una questione politica: si tratta di dare meno soldi alle persone. Lì le cose sarebbero veloci, però il costo politico è elevato. Si potrebbero tirare fuori cifre utili e abbastanza rapidamente ma la questione è, ripeto, politica..."

Ammesso che ci sia la volontà politica, i due commissari ai tagli sono uno leghista e uno grillino. Sensibilità diverse...
"Appunto, difficile che trovino una volontà comune su questo".

L’altra voce per fare cassa è quella delle privatizzazioni. Anche lì, l’obiettivo è un miraggio: 18 miliardi.
"L’asticella è l’1% del Pil. Quasi impossibile, a meno che non facciano operazioni di finta privatizzazione sugli immobili: cioè vendere a un’entità che sta formalmente fuori dalla pubblica amministrazione ma che è ancora controllata dal settore pubblico. Col rischio, poi, che Eurostat le classifichi diversamente. Vendere le azioni di Eni, Enel o quote di altre partecipate pubbliche si fa più rapidamente, ma non mi sembra sia questa la strada che vuole percorrere il governo. Anzi, ha detto chiaramente di voler mantenere pubbliche strutture che prima erano private come Mps o, probabilmente, Alitalia".

Lei e l’imprenditore Arturo Artom avete sollevato anche un altro tema: nel debito pubblico c’è una voce, chiamata aggiustamento stock-flussi, che viaggia attorno ai 15 miliardi l’anno e della quale sì sa ben poco.
"Ex post si ricostruisce dove vanno questi soldi – come nel costo degli strumenti derivati o per aumentare le riserve di liquidità – ma nei documenti programmatici (come il Documento di economia e finanza) ci sono pochissime informazioni. Il che impedisce al Parlamento, che li vota, di sapere con esattezza come si forma il debito pubblico".

Si tratta di costi comprimibili, che magari potrebbero essere usati insieme con la revisione di spesa per abbattere il debito o finanziare tagli di tasse? Quindici miliardi sono più o meno quanto si è speso per Reddito di cittadinanza e Quota 100...
"Magari sono costi incomprimibili, ma è una questione di trasparenza. Inoltre, ci devono spiegare come mai, nel Def di aprile, hanno ridotto questi costi passando da 44,7 miliardi a 27,6 miliardi tra il 2019 e il 2021. Stanno forse sottovalutando qualcosa e a fine anno ci ritroveremo la sorpresa di un debito più alto? Dove sono questi 6 miliardi di debito 2019 che, a dicembre, il governo calcolava e ora non più?".

Teme brutte sorprese?
"Faccio domande, visto che c’è una certa opacità. In un momento in cui si raschiano risorse ovunque, l’opinione pubblica dovrebbe essere informata su tutte le voci del debito pubblico".