Il vicepremier Salvini e il ministro dell'Economia Tria (Imagoeconomica)
Il vicepremier Salvini e il ministro dell'Economia Tria (Imagoeconomica)

Roma, 2 aprile 2019 - Non c'è nessuno al Ministero dell’Economia che pensi di disinnescare le cosiddette clausole Iva da oltre 50 miliardi di euro in due anni senza ricorrere a un aumento della stessa imposta. Non lo ammetteranno ufficialmente almeno fino al voto europeo (a partire dal vicepremier Salvini che, ieri a cena con gli imprenditori comaschi, ha parlato dell’aumento dell’Iva come «un massacro»), ma non è un caso che il dossier ad hoc più gettonato tra le stanze del dicastero di Via XX Settembre preveda, con la prossima legge di Bilancio, un incremento di un punto delle due aliquote principali (quella ordinaria, dal 22 al 23 per cento e l’altra dal 10 all’11), per mettere in cassa almeno 8 miliardi dei 23,1 da coprire nel solo 2020 (4 già quest’anno se si parte da luglio). Con la possibilità ulteriore di un anticipo del rialzo fin da luglio prossimo, per mettere in cascina, per questa via, un bel pezzo della manovra-bis per l’anno in corso. Anche perché l’alternativa sarebbe una nuova patrimoniale sulla casa, che però né maggioranza né l’opposizione possono permettersi.

Ma, per rendere  l’operazione politicamente più accettabile, soprattutto dal fronte della Lega si è ipotizzato un meccanismo fiscale che contempla una sorta di restituzione di quanto pagato in più in sede di dichiarazione dei redditi. Come? In sostanza, per gli acquisti di beni e servizi con prezzi superiori a 30 euro, verrebbe introdotta la possibilità di detrarre dalle imposte da versare il 2 per cento di quanto speso. Sempre che si possa dimostrare, attraverso scontrini e ricevute, di aver speso le somme indicate in dichiarazione. Il che, nell’intento dei tecnici che hanno messo a punto l’ipotesi, potrebbe tornare utile anche per introdurre una sorta di deterrente contro il nero: potendo detrarre il 2 per cento della spesa, ci sarebbe tutto l’interesse a farsi fare lo scontrino o la ricevuta.

Dal punto di vista delle casse pubbliche, il meccanismo, però, garantirebbe di sicuro il gettito aggiuntivo per l’acquisto di beni e servizi fino a 30 euro. Ma, per di più, è verosimile ipotizzare che una larga fetta di contribuenti non utilizzerebbe il congegno per una manciata di sconto fiscale. Dunque, il risultato netto sarebbe positivo per l’erario.

Ora, al di là della restituzione (più virtuale che reale), quello che conta è che, a fronte delle smentite pubbliche di leader politici e ministri, il dossier Iva è al centro dell’attenzione del tecnici del Mef, facendo perdere il sonno ai capi di Lega e 5 Stelle. Tutti sanno bene che le clausole Iva sono nella finanza pubblica una promessa di correzione che non si può mantenere. Ma questa volta sarà impossibile attuare l’ennesimo rinvio. Primo, per l’ammontare: 23,1 e 28,8 miliardi da trovare per 2020 e 2021. Secondo: perché si dovranno trovare prima le risorse per evitare che il deficit vada sopra il 3 per cento e, dunque, sarà impossibile trovare anche quelle per disinnescare in tutto le clausole. E lo stesso ministro Tria, d’altra parte, non ha mai fatto mistero, almeno in sede accademica, di non essere contrario a incrementi dell’Iva. Tirando le somme, una delle ipotesi in campo più considerata per il dopo 26 maggio riguarda l’aumento di un punto delle due aliquote principali dell’Iva.

Per questa via si dovrebbero trovare 8 miliardi in meno per il 2020, con riflessi anche sul 2021. Ma, secondo fonti beninformate, non è da escludere che l’aumento, se passerà, possa scattare anche dal primo luglio prossimo, con un vantaggio anche sui conti dell’anno in corso, e rivelarsi essere un pezzo rilevante della manovra bis per il 2019.