Tutti noi ogni giorno produciamo uno sterminato oceano di dati a disposizione dei big della Rete
Tutti noi ogni giorno produciamo uno sterminato oceano di dati a disposizione dei big della Rete

La collaborazione annunciata al CES di Las Vegas tra Amazon e Lamborghini, per portare Alexa a bordo delle supercar di Sant’Agata, è solo l’ultima in ordine di tempo, dopo quelle con BMW e Ford.

Ma è indicativa di un trend – quello dell’inarrestabile diffusione di sensori in rete chiamati a monitorarci e assisterci –, che sta profondamente trasformando le nostre case e le città. Se big data, intelligenza artificiale, cloud computing e potenza di calcolo rappresentano l’architrave della trasformazione digitale, l’Internet delle cose (IoT) ne è la naturale evoluzione. Basata sul flusso informativo (comportamentale) fornito da una massa enorme di sensori in rete che analizzano le nostre azioni, parole, emozioni – sotto forma di dati grezzi – e li profilano a fini commerciali.

La sensorizzazione dell’ambiente parte da molto lontano, dalle ricerche che lo scienziato R. Stuart MacKay svolse nel 1964 sulla fauna delle Galapagos impiegando per la prima volta sensori collocati direttamente sugli animali o al loro interno per ingestione. In questo modo, riuscì a ottenere per telemetria una ingente quantità di dati sulle loro abitudini e sul comportamento in modo del tutto nuovo che «consentiva di osservare i comportamenti dei mammiferi senza che questi se ne accorgessero, tenendoli per tutto il tempo in uno stato psicologico e fisiologico tranquillo e soprattutto senza che ciò interferisse nelle loro normali attività».

Esattamente quello che accade ai nostri giorni; con la sola differenza che ad essere continuamente osservati siamo noi.

Baidu, Amazon, Apple, Microsoft e le migliaia di app che scarichiamo sui nostri smartphone, tutti sono interessati a setacciare dati che ci riguardano. Le ‘città intelligenti’ sono la plastica rappresentazione di questo nuovo ambiente “sensoriale”: Cisco ne ha realizzate più di 120 che hanno adottato Cisco Kinetic per acquisire e monitorare a ciclo continuo una grande quantità di dati sugli abitanti.

Anche Google, a partire dal 2022, investirà 980 milioni di dollari per trasformare Toronto in una smart city. Noi tutti, ogni giorno, produciamo un oceano sterminato di dati, nel quale Google, Amazon e Facebook operano in regime di monopolio spartendosi un mercato immenso, prossimo a elaborare oltre 600 Zettabyte di dati ogni anno. La chiamano ‘renderizzazione’: la registrazione, analisi e descrizione dei nostri comportamenti ed emozioni sotto forma di dati interpretabili con algoritmi, per trasformarli in prodotti predittivi, cioè previsioni comportamentali in grado di rivelare chi può comprare cosa e quando. Un vantaggio non da poco, per chi ha beni o servizi da piazzare sul mercato. Ma anche per chi vuole convincerci di una idea od opinione. È questa, per le principali piattaforme del web, la vera fonte di guadagno, che ha permesso a Google nel 2017, solo per fare una esempio, di trarne l’86% dei propri proventi: oltre 95,4 miliardi di dollari.

Nell’ambiente 4.0, l’ubiquità e la densità di sensori serve proprio a migliorare la quantità e la qualità di questo continuo prelevamento di dati comportamentali. Non a caso, il numero di dispositivi connessi per persona è passato da 0.008 del 2003 a 6,58 del 2018. E sono oltre 50 miliardi i sensori oggi in uso, che diventeranno 75 miliardi nel 2025. Un mercato che in Italia nel 2017 valeva 3,6 miliardi (32% in più rispetto al 2016), quando su scala globale, il solo mercato dei dispositivi smart per la casa ha toccato i 76,6 miliardi di dollari nel 2018 e supererà i 151 miliardi entro il 2024.

In questo campo, i giocattoli rappresentano l’ultima frontiera della estrapolazione dei dati. La Genesis Toy ha recentemente messo in commercio una linea di giochi interattivi, tra cui una bambola di nome Cayla, la cui vendita nel 2017 è stata però vietata in Germania. La bambola è abbinata a una app mobile, che consente al giocattolo di comprendere tutto quello che il bambino dice, rispondendo ai suoi comandi vocali. Un prodotto molto simile a quello della Mattel, che ha introdotto una Barbie dotata di una casa ad attivazione vocale, che obbedisce a più di 100 comandi e può essere controllata con la voce, secondo i più moderni criteri di domotica. Entrambi i dispositivi, fattore cruciale, per funzionare, richiedono l’accesso alla memoria del telefono cui sono abbinati e la disponibilità per un tempo indefinito dei dati vocali del bambino.