Un altoforno delle acciaierie di Terni: dopo oltre vent’anni la fabbrica torna in mani italiane
Un altoforno delle acciaierie di Terni: dopo oltre vent’anni la fabbrica torna in mani italiane
di Stefano Cinaglia Una nuova via italiana verso l’acciaio? Forse è presto per dirlo, ma di certo i segnali non mancano. Terni al cremonese Arvedi mentre Invitalia, l’agenzia governativa nazionale, dà rassicurazioni solide per il rilancio di Piombino e Taranto. Il triangolo Piombino, Terni e Taranto è la spina dorsale del comparto siderurgico italiano. Ieri l’ultimo e terzo indizio, quindi la "prova": Acciai Speciali Terni (Ast) passa dalla multinazionale tedesca ThyssenKrupp all’italianissimo gruppo Arvedi. Dopo un quarto di secolo di proprietà straniera, il polo ternano torna in mani italiane (aspettando il...

di Stefano Cinaglia

Una nuova via italiana verso l’acciaio? Forse è presto per dirlo, ma di certo i segnali non mancano. Terni al cremonese Arvedi mentre Invitalia, l’agenzia governativa nazionale, dà rassicurazioni solide per il rilancio di Piombino e Taranto.

Il triangolo Piombino, Terni e Taranto è la spina dorsale del comparto siderurgico italiano. Ieri l’ultimo e terzo indizio, quindi la "prova": Acciai Speciali Terni (Ast) passa dalla multinazionale tedesca ThyssenKrupp all’italianissimo gruppo Arvedi.

Dopo un quarto di secolo di proprietà straniera, il polo ternano torna in mani italiane (aspettando il parere delle autorità sulla concorrenza, atteso nei prossimi mesi). Per Ast, 2.300 dipendenti diretti e oltre 4mila con l’indotto, era in corsa anche il gruppo Marcegaglia e i due italiani avevano già sbaragliato la concorrenza di colossi mondiali del settore come la coreana Posco e la cinese Bao Steel, pur avvicinati a più riprese alle acciaierie ternane.

Altro indizio. A Piombino, 1.800 lavoratori di cui 1.000 in cassa integrazione, è recentissimo l’annuncio della viceministra allo Sviluppo economico, Alessandra Todde, riguardo l’accordo che dovrebbe portare Invitalia, quindi lo Stato, nel cda della proprietà, la Jsw Steel del gruppo Jindal. La soluzione tanto auspicata per dare concretezza alle legittime aspirazioni di rilancio. L’agenzia governativa entrerebbe con il 49 per cento.

È vero, non è la prima volta che si parla di un’operazione del genere, ma a Piombino, nelle ex acciaierie Lucchini, non si aspetta altro per riqualificare gli impianti e riavviare la produzione a ciclo integrato, puntando sul fiore all’occhiello del polo siderurgico: le rotaie. Un settore, quest’ultimo, che una volta rilanciato potrebbe aprire le porte anche ad altri investitori, italiani e non. In Toscana non ci si accontenta e si sogna anche il rilancio di una vera e propria filiera regionale inglobando anche il know how dell’ex Bakaert, società della multinazionale belga che ha detto addio all’Italia.

Riavvolgendo il nastro delle trattative e delle vertenze con forte impatto sia ambientale che politico eccoci al dicembre scorso, il primo indizio: Taranto.

A maggio del 2022 scatterà la seconda fase dell’accordo raggiunto a fine 2021 e che porterà Invitalia a rilevare il 60 per cento dell’attuale gestione degli stabilimenti ex Riva , che fa adesso capo alla multinazionale indiana Arcelor Mittal.

Quindi, ricapitolando, a Terni via i tedeschi di ThyssenKrupp e dentro Arvedi, a Taranto via gli indiani di ArcelorMittal e dentro lo Stato italiano, a Piombino si affaccia Invitalia, per ora a braccetto con l’altra compagnia indiana in campo, Jindal. Fantapolitica industriale quella che ipotizza il ritorno in grande stile dell’Italia nel business siderurgico? Mentre i sindacati lo incalzano sulla presentazione del piano siderurgico nazionale, il ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti, commenta così l’operazione Terni: "Questa conclusione rappresenta un tassello importante per la valorizzazione e il rilancio dell’acciaio italiano. Accogliamo con favore che la proprietà passi a un gruppo italiano".