L’andamento di quelli che vengono definiti, in agricoltura, i consumi intermedi, è un tema interessante. In questa categoria rientrano tutti qui prodotti che servono alla produzione primaria, sementi, mangimi, concimi, fertilizzanti, energia. Un argomento delicato perché innegabilmente il suo consumo impatta sull’ambiente oltre che sul reddito delle imprese. Un dato, forse poco noto, è che il nostro Paese, rispetto alla graduatoria europea, ricorre meno all’utilizzo di questi prodotti. Fatto 100 la produzione agricola, per esempio, la media europea è intorno al 57% mentre quella dei Paesi del nord Europa, Finlandia, Danimarca, Belgio, supera il 70%. L’Italia si attesta come la Spagna intorno al 40% nel uso di consumi intermedi. Come leggere questo dato? Molto dipende dal tipo di ciclo produttivo; nei Paesi mediterranei prevale un’agricoltura dove i sistemi agricoli sono caratterizzati da una minor incidenza di questi costi perché appunto il ciclo produttivo è più lungo rispetto alle coltivazioni del nord. Così come un altro elemento che caratterizza questi consumi è l’indirizzo produttivo. Se si entra per esempio nella composizione dei consumi intermedi prevalgono i mangimi che rappresentano quasi il 30% del totale e che quindi caratterizzano l’agricoltura con forte indirizzo zootecnico.

Mentre l’impresa tenta di razionalizzare il più possibile i suoi costi rendendo sempre più efficiente la produzione riducendo l’uso di prodotti da immettere nel suolo e nell’aria (e quindi anche l’impatto ambientale) subisce al contempo costi che non controlla quali l’energia, la burocrazia, le tariffe di beni e servizi i cui prezzi dovrebbero essere calmierati visto la funzione pubblica che rivestono ma che per lo più si rivelano crescenti e con servizi non poco efficienti

Davide.gaeta@univr.it