Improvviso ed al momento senza chiare certezze di evoluzioni, arriva lo tsunami del coronavirus sul sistema economico degli italiani. Per quanto il tema sia ovviamente in prima pagina per le urgenze sanitarie, altrettanto preoccupante e crescente è l’effetto sui mercati, in primis agro-alimentari. Una preoccupazione che si respira ascoltando gli imprenditori. Risulta in tutta la sua evidenza la fragilità di un sistema che manca di riserve finanziarie di mezzi propri e che vive di marginalità sempre più ridotte sui prezzi; quanto può reggere l’impresa familiare agricola con gli ordini dimezzati, gli impegni di costo costanti e crescenti, le rate dei mutui accesi, gli incassi dalle vendite dirette rarefatti dalla contrazione dei flussi turistici? E quale potrà essere l’effetto sul sistema agribusiness se questa situazione dovesse continuare, caratterizzato da una concorrenza bipolare e oligopolistica, migliaia di piccole aziende agricole di famiglia e poche imprese che concentrano la quota maggiore dell’offerta e distribuzione a valle?.

Accanto all’export sono i consumi interni che garantiscono la sopravvivenza dell’impresa agricola. La spesa media mensile delle famiglie supera i 2.500 euro di cui la prima voce è rappresentata dall’abitazione, seguita da quella alimentare, intorno ai 500 euromese. Le voci più rilevanti sono le carni (95 euromese circa), il pane e i cereali (76), i vegetali e latte, formaggi e uova, entrambi intorno ai 60 euro di spesa mensile, la frutta con circa 45 euro così come il vino. I consumi devono quindi tenere per garantire redditi e occupazione. Il tema è la distribuzione della catena del valore lungo la filiera. Occorrerà un’attenta politica redistributiva per evitare l’ampliamento della forbice oligopolistica e l’inefficienza del sistema concorrenziale.

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