NEW YORK

IL PRESIDENTE Trump non è nella lista perché Forbes gli attribuisce un patrimonio complessivo di 3,7 miliardi di dollari, e vengono presi in considerazione sono coloro che ne hanno più di 15; ma vorrebbe tanto che i super paperoni americani contribuissero molto più a mantenere alte le prestazioni dell’economia Usa. Invece i loro consumi si sono contratti. Sembra che a molti si sia paralizzata la mano nel raggiungere il portafogli. Non spendono più, non comprano più case e beni di lusso, se possono vendono gli aerei e le mega barche e cercano di mantenere un profilo molto basso, mentre l’America che li ha compensati con l’arrivo di Trump con una forte riduzione delle tasse, potrebbe finire in recessione rallentando la crescita del Pil che nel secondo trimestre non ha superato il 2%.

Molti investitori, anche se la borsa si muove, tengono fermi i loro capitali perché temono possa ripetersi una nuova bolla. Soprattutto immobiliare. E se Manhattan, per le sue caratteristiche di metropoli stravagante e del lusso, fino ad ora aveva sempre resistito al declino e al deprezzamento delle abitazioni prestigiose, adesso siamo in pieno ristagno con un’offerta enorme di immobili abitativi e commerciali che non si intreccia più con una domanda diventata poverissima.

È VERO che i super miliardari in dollari, da Gates a Buffet, da Soros a Bloomberg, da Bezos a Walton, puntano più sulla filantropia e la lotta alla malaria che non a mettere a segno altre acquisizioni clamorose. Ma rimangono guardinghi e perplessi, soprattutto nei confronti della guerra commerciale che si è innescata tra Usa e Cina. È altrettanto vero che per la prima volta i livelli di produzione americana si sono contratti e questo calo si riflette sui consumi e sull’aumento dei prodotti, e sta contagiando in fretta non solo le aree più deboli ma anche gran parte della California e quella che sembrava l’inattaccabile Silicon Valley. Pure le grandi case d’asta sono lontane dalle vendite record e registrano flessioni dal 18% al 24% che si traducono in miliardi di dollari in meno.

Anche agli Hamptons, la lunga spiaggia dei ricchi in jet ed elicottero, la stagione estiva che si è appena conclusa ha sancito la crisi. Dagli affitti alle vendite. Sono crollati i prezzi della stagione per luglio e agosto che andavano dai 500.000 ai 900.000 dollari per le grandi ville sull’Oceano di Southampton o Easthampton, mentre l’offerta di abitazioni in vendita oltre i 7 milioni di dollari è salita dell’85% rispetto al 2018.

NEL CASO di residenze o appartamenti a Manhattan meno esclusivi ma sempre di fascia alta, che vanno dai 2 ai 5 milioni di dollari, i broker non fanno che suggerire una drastica riduzione di prezzo, soprattutto se il compratore si presenta ed è pronto a pagare in contanti. Molti dei più moderni grattacieli di cristallo e acciaio sono quasi ultimati ma rimangono in larga parte invenduti, e i costruttori stanno ormai raggiungendo il punto di non ritorno per la restituzione dei megaprestiti alle banche, anche se ottenuti a tassi molto bassi.

Se si aggiunge che l’amministrazione Trump in forma diretta o indiretta ha messo forti restrizioni nell’esportazione di capitali dalla Cina o dalla Russia, due dei paesi che insieme agli arabi avevano drogato la rete immobiliare del lusso comprando solo al rialzo, il quadro si completa.

Persino la grande esposizione e asta di Pebble Beach sulla costa Pacifica, dove sfilano le più belle vetture del mondo da collezione, ha prodotto solo la metà dei guadagni realizzati nelle edizioni dei due anni precedenti.

I grandi capitali in altre parole rimangono nei forzieri. L’occupazione continua a salire e nell’ultimo mese c’è stato un guadagno di 130.000 posti di lavoro, che è in linea più o meno con una crescita del 2%, ma rimane molto lontana dalle cifre indicate da Trump che andavano dal 3% al 4%. Secondo l’Oxford economic, la grande incertezza sui dazi è quella che frena l’espansione e i consumi. E se dovessero entrare in vigore le nuove tariffe il 15 dicembre contro la Cina l’aumento del Pil americano per il prossimo anno potrebbe addirittura scivolare sotto l’1% appesantito anche dalla forte tensione per l’anno elettorale.

INOLTRE il cosiddetto stimolo dopo il taglio fiscale del 2017 di cui i super ricchi e le grandi corporation hanno beneficiato si è ormai completamente esaurito. Prevale un senso di risparmio e di forte prudenza in un clima globale non ottimista e non più guidato da una nuova generazione di baby boomers, che, se esistono ancora, non si lanciano più nell’acquisto immediato di Ferrari, Lamborghini o Bentley, di motoscafi e super attici, ma cercano coscienziosamente l’affare per paura che gli sbalzi di Wall Street possano travolgerli.

Se occorresse un altro segnale, va registrato un deciso atto razionale del presidente sul fronte interno: l’accordo sul budget con i democratici. Le enormi pressioni sul capo della Fed Jerome Powell perché riduca di nuovo i tassi sono l’altra battaglia di Trump che si rende conto che dopo “America first” la locomotiva Usa ha notevolmente rallentato.