Massimo Di Martino, presidente e ad di Abiogen Pharma
Massimo Di Martino, presidente e ad di Abiogen Pharma

di Lorenzo Pedrini

Un mondo complesso, fatto di regole stringenti, competenza scientifica e, oggi più che mai, di un costante sforzo di ricerca votato all’innovazione, dove l’Italia può davvero dirsi all’avanguardia. Il merito, in un settore quantomai delicato come quello dell’industria farmaceutica, è di aziende come Abiogen Pharma, il gruppo pisano che, nel racconto del presidente e ad, Massimo Di Martino, fa la differenza sul campo da oltre cento anni.

La vostra storia è lunga, ma il timone resta puntato sul futuro.

"Abbiamo un passato del quale essere orgogliosi, che affonda le radici in quell’Istituto Galenico fondato a Pisa, nel lontano 1917, dal mio bisnonno, Alfredo Gentili, e diventato, poi, quell’Istituto Gentili da cui si è originata Abiogen Pharma. Ora, raggiunta la posizione di leader internazionale nella commercializzazione di Vitamina D e nella cura e prevenzione, in particolare, delle patologie ossee, non pensiamo di fermarci, nonostante le difficoltà dei tempi presenti".

I numeri sono dalla vostra.

"Parliamo di un’organizzazione aziendale importante e, vale la pena ribadirlo, tutta italiana, fondata sul lavoro di 407 dipendenti e capace di generare, nel 2019, un fatturato di poco inferiore ai 190 milioni di euro, espandendosi anno dopo anno fino a toccare diversi mercati esteri. Tutto questo, dalla ricerca e sviluppo alla produzione propria e per conto terzi fino all’avvio della commercializzazione di prodotti propri e in licenza, ruota attorno allo stabilimento da 120mila metri quadrati di Ospedaletto di Pisa, dal quale lo scorso anno sono usciti oltre 42 milioni di pezzi".

È anche attraverso la capacità produttiva che state entrando in nuovi mercati.

"Certo la nostra forza risiede anche nelle quantità, con quattro linee di produzione divise tra farmaci iniettabili, liquidi orali, solidi orali e pomate che, a regime, porteranno presto Abiogen oltre la soglia di 65 milioni di pezzi annui. Ma, a ben guardare, tra i vantaggi competitivi che ci stanno portando con successo fuori dai patrii confini, per una quota che ora balla tra il 15% e il 20% dei ricavi totali, c’è anche molto di più".

Si spieghi meglio.

"Intendo dire che, se vogliamo davvero puntare con forza su quell’internazionalizzazione che è al centro del nostro piano di sviluppo, dovremo far valere, oltre ai volumi e alla qualità indiscussa delle molecole che sintetizziamo, pure la nostra capacità di mettere a disposizione dei portatori cronici di fragilità ossee un ampio portafoglio di farmaci a prezzo medio molto basso".

Un alto livello qualitativo e investimenti sulla quantità, quindi, significano anche convenienza.

"Esattamente, tenendo conto del nostro peculiare modello competitivo, in grado di creare valore pur contando su un prezzo medio dei farmaci, al consumatore, non superiore ai 4 euro. La nostra particolarità e che ci poniamo tra quelle multinazionali che investono più che altro in prodotti innovativi biotecnologici a favore del mercato ospedaliero e chi, invece, si concentra sui trattamenti per le patologie croniche, in competizione con il mercato dei farmaci generici. Accanto alla produzione e commercializzazione, poi, ci occupiamo con efficacia anche delle necessarie attività di test e informazione scientifica".

Un modello che ha performato anche sotto la pressione della pandemia?

"Tra marzo e giugno di quest’anno l’andamento della domanda di prodotti farmaceutici è stato davvero impronosticabile, con fenomeni di accaparramento raramente visti prima. Nonostante questo, però, il sistema ha tenuto e contiamo di bilanciare la riduzinoe del fatturato che subiremo nel 2020, pur reali, con quell’espansione nelle Americhe, in Asia e in Europa che resta il cardine del nostro futuro".