"La ristorazione collettiva ha affrontato l’emergenza Coronavirus sin dalla prima zona rossa: l’idea dei lunch box nelle scuole o l’impiego del monouso viene dall’esperienza maturata negli ospedali, dove dal carrello multirazione siamo passati ai vassoi personalizzati per i pazienti". È solo un esempio citato da Carlo Scarsciotti, che evidenzia l’impegno dei 16.712 addetti per continuare servire i pasti a malati e anziani dei reparti ordinari in una situazione di difficoltà: "Grazie a un intenso lavoro abbiamo fatto sì che il nostro personale venisse considerato assimilabile a quello medico e garantito di mascherine, guanti e camici monouso", spiega Scarsciotti.

La ristorazione socio-sanitaria ha un fatturato di 2,6 miliardi di euro e serve 588 milioni di pasti). Pur essendo in prima linea in ospedali e case di cura, c’è stata una contrazione di volumi e ricavi del -24,3% a marzo.

La stima dell’Osservatorio Oricon, costituito da cinque aziende che rappresentano il 60% del mercato (Camst, Cirfood, Sodexo, Pellegrini, Elior), è che la crisi causerà un impatto del -20% su base annua. La ripercussioni ci sono state anche sull’occupazione: a fine aprile, il 14% (circa 2.500 persone) degli addetti della ristorazione socio-sanitaria, che sono il 17% del settore, usufruiva di ammortizzatori sociali. "Abbiamo continuato a operare nelle aziende della pubblica utilità adottando accorgimenti vari – conclude Scarsciotti –: esperienza che ci permetterà di riaprire anche nelle scuole sapendo già cosa fare".

Daniele Monaco