Cresce da anni senza sosta ma ora, come tutti i settori dell’economia, deve vedersela con la crisi del Coronavirus. Ecco, in sintesi, la fotografia del private banking italiano, cioè di quell’insieme di attività e servizi che le banche e gli altri intermediari finanziari offrono agli investitori di fascia medio-alta, quelli con una ricchezza superiore a 500mila euro a testa.

Anche nel 2019, quando nessuno avrebbe immaginato l’arrivo della pandemia da Coronavirus, il settore del private banking ha continuato a crescere a ritmo spedito, raggiungendo un patrimonio in gestione complessivo di 884 miliardi di euro (+11% rispetto al 2018). A dirlo sono gli ultimi dati della sigla di categoria Aipb (Associazione Italiana Private Banking) che attribuiscono questo incremento a due fattori. Innanzitutto, la ricchezza gestita dai private banker è cresciuta lo scorso anno del 7% grazie ai rialzi delle borse, che nel 2019 hanno viaggiato spedite e causato di conseguenza una rivalutazione dei titoli azionari presenti nel portafoglio degli investitori.

Un’ulteriore quota di crescita del private banking, nell’ordine del 4%, è dovuta però alla nuova raccolta. In altre parole, un numero sempre maggiore di grandi investitori si sta rivolgendo a operatori specializzati come appunto i private banker, per le attività di gestione del patrimonio di famiglia. "Il costante sviluppo del nostro settore", sottolinea un recente comunicato dell’Aipb, "è attestato dall’incremento del numero dei professionisti". I consulenti e gestori che operano come private banker sono cresciuti infatti del 7% nel 2019, dopo aver già imboccato un trend all’insù nel corso degli ultimi quattro anni.

Cosa accadrà nel 2020, dopo il crollo delle borse di marzo e la grave crisi economica generata dalla pandemia del Covid-19? È ancora presto per fare previsioni ma probabilmente vi sarà qualche ripercussione anche sul portafoglio dei "Paperoni". Secondo diverse analisi, infatti, gli investitori più ricchi sono maggiormente propensi rispetto alla media ad acquistare strumenti finanziari più rischiosi come le azioni, avendo un patrimonio di una certa consistenza e potendosi dunque permettere di attuare strategie ad ampio raggio. È dunque ragionevole aspettarsi che lo scivolone delle Borse di marzo faccia scendere un po’ il valore del patrimonio della clientela del private banking, a meno che i ribassi dei listini non vengano recuperati pienamente nei prossimi mesi.

Aldilà delle cronache finanziarie di breve termine, però, gli addetti ai lavori di questo settore oggi guardano già agli scenari del dopo-pandemia. In particolare, l’Aipb punta a creare le condizioni affinché la gran mole di miliardi detenuti dagli investitori di fascia medio-alta vengano utilizzati per sostenere l’economia reale italiana ma anche le finanze pubbliche. "Consapevoli della delicata fase che sta attraversando il nostro Paese", ha detto il presidente dell’Aipb, Paolo Langè, "abbiamo voluto contribuire alla messa a punto di alcune proposte che possono accelerare il processo di avvicinamento delle famiglie italiane agli investimenti finanziari a favore della ristrutturazione e della sostenibilità economica nazionale". Nello specifico, come ha spiegato Antonella Massari, segretario generale dell’associazione, "il contributo del risparmio privato sarà necessario negli anni a venire per finanziare progetti di crescita e di ristrutturazione industriale ma anche per finanziare il crescente fabbisogno pubblico". A questo proposito, Massari ha evidenziato che il peso dei titoli di Stato italiani nel portafoglio delle famiglie servite dal private banking è molto limitato, pari ad appena il 5%. C’è dunque ampio spazio perché questa percentuale cresca, ma in maniera mirata e non indiscriminata.

L’idea è di spingere gli investitori di fascia medio-alta a sottoscrivere emissioni di ipotetici restart bond o di generational bond, cioè titoli di stato di lunghissima scadenza (25 o 30 anni) che potranno servirei futuro per finanziare la ricostruzione e stimolare la ripresa economica dopo la pandemia. Per convincere i Paperoni a indirizzarsi verso tali forme di investimento, secondo l’Aipb sono necessarie alcune agevolazioni fiscali come per esempio l’esenzione di questi titoli dall’imposta di bollo, dalle imposte su successioni e sulle donazioni, oltre che dal prelievo tributario che grava sugli interessi e sui capital gain, i guadagni in conto capitale. Naturalmente, come ha sottolineato Massari, questo tipo di incentivi andrebbe soltanto a beneficio di chi mantiene i bond nel portafoglio per un determinato periodo di tempo.