Il detenuto deve avere una dieta equilibrata con alimenti variati secondo le sue esigenze: queste le motivazioni alla base della sentenza

Terni, 10 novembre 2018 - Se si è allergici al pesce azzurro come vitto carcerario, la casa di reclusione deve provvedere al pesce «alternativo». Umberto O., 47 anni, campano, detenuto in regime di 41 bis prima nel carcere di Terni e ora in quello di Viterbo, ha vinto, appunto, la «battaglia del menu».

Accogliendone il ricorso, la Cassazione infatti dispone che nelle strutture penitenziarie deve essere fornita ai detenuti una dieta equilibrata che, in base al diritto alla salute, tenga presente eventuali allergie alimentari dei reclusi: in tal caso gli alimenti che provocano allergia devono essere sostituiti con altri, tollerati e dello stesso genere. In sintesi: Umberto è allergico al pesce azzurro e il carcere deve mettergli a disposizione altro tipo di pesce, di cui non sia allergico.

E’ nel carcere ternano, dove un’ala è riservata ai condannati per associazione mafiosa, che il detenuto, afflitto da una certificata allergia al pesce azzurro, inizia la querelle sfociata nelle aule di giustizia. L’amministrazione del carcere aveva preso atto della sua intolleranza alimentare ed eliminato ogni tipo di pesce dalla dieta, nonostante il personale sanitario dello stesso penitenziario avesse indicato il pesce «alternativo» a quello «azzurro», di cui Umberto avrebbe potuto usufruire.

Il fatto è che nel carcere di Terni veniva somministrato solo pesce azzurro, una volta a settimana. Il ricorso del detenuto finisce al magistrato di sorveglianza che gli dà ragione, ma in appello è il Tribunale di sorveglianza di Perugia che gli dà invece torto, sostenendo la tesi della «piena fungibilità della carne con il pesce, a fini nutrizionali». Insomma, la carne ha le stesse capacità nutritive del pesce e il diritto alla salute è garantito.

Nemmeno per sogno secondo la Cassazione, che ha accolto il reclamo di Umberto, nel frattempo trasferito a Viterbo. «La particolare dieta, nell’escludere taluni alimenti, ricomprende tipi di pesce assolutamente comuni – osserva la Suprema Corte - notoriamente reperibili sul mercato anche a prezzi economici. A fronte di ciò e di una tabella vittuaria che dovesse includere una o più porzioni settimanali di pesce nella dieta, l’Amministrazione dovrebbe dare adeguato conto delle contingenti ragioni, di ordine organizzativo, finanziario o altra natura, che le impediscano di adeguarvisi, imponendo il bando dell’alimento dai pasti del detenuto». Insomma il carcere dovrà spiegare le ragioni per cui priva Umberto del pesce «alternativo». Rinviando la decisione al Tribunale di sorveglianza di Perugia, la Cassazione ricorda che «in nessun modo il giudice di sorveglianza si può sostituire agli organici tecnici e stabilire ciò che rientri o non nella nozione di alimentazione sana ed equilibrata». La carne, quindi, non vale il pesce.

Stefano Cinaglia