Bianco splendore: l'influenza del mare sulle uve
Bianco splendore: l'influenza del mare sulle uve

 

Si può ben dire che il Verdicchio sia il vino dei due mari. C’è un Verdicchio di costa, che sta nei colli di Jesi e ce n’è un altro di strapiombo, dove il mare c’era una volta, qualche milione di anni fa, nell’entroterra. Nel primo, trovate l’armonia delle colline, una sapidità ventilata, perché il mare risale dai canali delle valli e arriva lieve alle vigne, quindi una florealità gialla che è il colore e il sapore di certe colline marchigiane. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è, come dice la parola, un classico. Qualcosa che si misura nel tempo e che ha fatto storia. L’anfora che viaggiava in America negli anni ’50 e che faceva  inquietare Mario Soldati perché sinonimo di vino industriale, ha lasciato il posto a laboratori dell’anima in cui  questo vitigno viene imbottigliato con il suo io originale: grande, lunga, eccellenze acidità che vuol dire freschezza, che vuol dire bevibilità. La spina dorsale di questo vino, il suo segreto, è proprio questo: la capacità di stare ritto nel calice e di infilare teso il palato per penetrare nella memoria. Se, scalzi, provate a risalire le vigne dalla costa e fino a Matelica, vi accorgerete che  sotto i piedi non c’è più arenaria, ma sempre più tufo e poi argilla e poi fossili che vi lasciano il segno di un altro tempo: quello del mare scomparso, degli abissi che ora sono monti e vertiginosi calanchi in cui le vigne si buttano respirando aria raffinata d’altura e succhiando finezza, sapidità calda e minerale. Si accende allora nel calice la pietra focaia e con essa la roccia sciolta come  fiume carsico che riemerge al sole e ve lo fa bere. Capite dunque perché il Verdicchio è un mare di vigna.