Domenico Modugno vince Sanremo nel 1958 con Volare
Domenico Modugno vince Sanremo nel 1958 con Volare

Sono nato nel 1958 , l’anno in cui al festival di Sanremo Domenico Modugno vince a sorpresa con una canzone che comincia con queste parole: «Penso che un sogno così non ritorni mai più». L’Italia stava entrando in quelli che uno scrittore milanese, Carlo Castellaneta, chiamò gli «Anni beati». Era quello il sogno che si stava avverando, era quello il nostro volare dopo una dittatura e una guerra, dopo un lunghissimo dopoguerra, dopo la miseria e la fame.

Secondo molti storici dell’economia è proprio il 1958 l’anno in cui si inverte il trend - come si dice adesso - e iniziamo a scoprire la bistecca, la lavatrice, la televisione, il mare. Ma la narrazione ama le cifre tonde ed è il 1960 l’anno che simbolicamente segna l’inizio del Boom. Anche lo sport arriva in aiuto, nel 1960, con due formidabili coincidenze. Quell’anno si apre, il 2 gennaio, con la morte di Fausto Coppi. L’addio del Campionissimo chiude idealmente gli ancora difficili anni Cinquanta. Il volto segnato dalla fatica, le gambe sporche di fango, le spalle che reggono i copertoni, la bicicletta pesante su strade sterrate, le dure salite e perfino la causa della morte - malaria, una malattia che sarebbe stata debellata dal Ddt - appartengono a un’Italia che stava andando in archivio. Pochi mesi dopo, le Olimpiadi di Roma ci consegnano un’altra immagine, felice e vincente: quella di uno studente torinese ventunenne che taglia per primo il traguardo dei duecento metri. Si chiama Livio Berruti, porta gli occhiali e il suo fisico sembra ancora figlio di un’Italia malnutrita: eppure batte i giganti americani e russi. La sua medaglia d’oro pare il riscatto di un popolo sconfitto. Scrisse anni dopo Enzo Biagi: «Chissà se è un’impressione, ma guardando l’immagine dell’inaugurazione, il 25 agosto, dei Giochi della XVII Olimpiade di Roma o quella di Livio Berruti che trionfa nei duecento, sembra che fossimo tutti più felici. O più sereni, forse speranzosi».

La musica leggera di quel tempo riflette in pieno quella felicità, quella serenità e soprattutto quella speranza. Gli anni Sessanta sono stati l’ultima stagione in cui gli italiani si sono sentiti certi che il futuro sarebbe stato migliore del passato e del presente. Davvero un sogno così non sarebbe ritornato mai più. Gli anni beati si chiudono idealmente, e tragicamente, il 12 dicembre 1969, con la strage di piazza Fontana e la nostra innocenza perduta. Pochi giorni dopo la strage, il 20 dicembre 1969, Gianni Morandi deve esibirsi a Canzonissima con una canzone che si intitola «Ma chi se ne importa» e avverte come un senso di vergogna, sicuramente di disagio.

Penso che un sogno così non ritorni mai più: e infatti gli anni Settanta sono segnati dal terrorismo, i Novanta dalla corruzione e dall’incattivirsi di una politica divenuta rissa continua; i Duemila dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla preoccupazione per il domani. Solo gli anni Ottanta hanno portato qualche sorriso, ma a un Paese ancora ferito dagli anni di piombo e ormai disilluso. La musica leggera segue fedelmente, o meglio testimonia il mutare dello stato d’animo del nostro Paese: dal gioioso ye-ye ai cantautori arrabbiati. È la colonna sonora della nostra storia, perché non sono solo canzonette.