Rino Gaetano
Rino Gaetano
Sono nato nel luglio 1974, lo stesso giorno in cui Rino Gaetano usciva con il suo primo album ‘Ingresso libero’. Due esordi paralleli, il mio alla vita, il suo alla musica, in un cammino comune che ci avrebbe fatto incontrare tante volte.
Gli anni settanta per me non sono stati quelli cupi e bui del terrorismo o quelli chiari e limpidi delle grandi conquiste civili, li ho attraversati con occhi da bambino, avidi di vita e pronti a riempirsi di stupore divertito ogni qualvolta compariva Rino, nei suoi vestiti da clown, divertente e pazzerello. Non coglievo il senso di quello che cantava, la dissacrazione, ma era divertentissimo e tanto bastava. La comprensione sarebbe venuta solo molto dopo, ma Rino c’era già.
E poi le stagioni si susseguono (...fiorivi, sfiorivano le viole...), nuove cose ci appassionano, vecchie cose si dimenticano per poi, inaspettatamente ritrovarcele davanti piene di un nuovo significato.
Avevo sedici anni quando il mio primo insegnante mi disse: «Ma tu cosa vuoi fare nella vita?». Risposi che non lo sapevo, che non ci avevo mai pensato. «Secondo me – aggiunse – hai talento per fare l’attore». Cominciai a frequentare le lezioni per gioco e perché mi divertiva. Inventavo personaggi, imitavo le persone, amavo modulare la mia voce. E poi la musica, altra mia grande passione, che ho sempre legato a periodi della mia vita, a particolari stati d’animo, al mio lato più intimo e dolorante. All’inizio era quella dei furori giovanili intrisi di aspirazioni artistiche e rivendicazioni sociali. Ascoltavo tantissimo Prince, Depeche Mode, Radiohead, insomma musica straniera. Poi, crescendo, mi sono avvicinato a sonorità più italiane, dalla PFM ai cantautori, fino al reincontro fatale, al chiudersi del cerchio.
Da anni sognavo di interpretare la vita di un cantante e quando il regista Marco Turco mi propose di interpretarne uno per una fiction saltai sulla sedia: Rino Gaetano! Il compagno di giochi della mia infanzia, quello nato insieme a me. E ora ero anche più grande per capire, davvero, cosa sia stato Rino.
Dal gioco di parole all’invettiva, dallo sberleffo alla riduzione della struttura melodica e armonica a scarno supporto ritmico. Un giullare che canta per sferzare la superficialità quotidiana di un Paese che aveva ormai perso la sua mejo identità, scandendone il passo verso il declino etico e sociale. Uno che, fosse nato in America, oggi sarebbe un’icona del rock.
Ero solo perplesso: per la mia poca somiglianza fisica ma lo volevo fare ad ogni costo. Mi misi a dieta, lessi tutte le sue biografie e visionai tutti i suoi filmati. A casa mi riprendevo con la videocamera cercando di imitarne il suo modo di muoversi e gesticolare. E, ovviamente ho imparato le sue canzoni, forse l’unica cosa in cui mi sentivo davvero sicuro.
Volevo tirare fuori un lato di lui che non si era mai visto, la sua parte più poetica e fragile. Studiare (vivere con) Gaetano è stata una continua scoperta, un andare avanti e indietro tra lo scorrere del tempo italiano, dall’allegria bambina alle disincantate riflessioni sulla nostra misura infinitesima di uomini persi dietro alle piccole lotte di potere e sopravvivenza. Il suo incedere ossessivo per contrapposizioni tra bello e brutto, tra ricco e povero, tra dolore e gioia, sempre riportati alla misura di una quotidianità ordinaria dove c’è “chi ama la zia” e anche “chi va a Porta Pia”.
Si dice che la principale difficoltà degli attori sia entrare (o uscire) dai personaggi che interpretano, ma con Gaetano è stato diverso, non c’è stato alcun bisogno di entrare o uscire perché in fondo lui ha sempre camminato di fianco a me.
Ciao Rino, al prossimo incontro!