Andrea Bocelli
Andrea Bocelli
La leggerezza rimanda a un concetto complesso, affrontato da filosofi e pensatori d’ogni tempo, da Parmenide ad Italo Calvino... Per me la musica è stata (e continua ad essere) una miniera inesauribile di emozioni, una medicina, un percorso privilegiato per restituire appunto la giusta leggerezza alla vita.
Pur non avendo mai avuto preclusioni legate ai generi musicali (preferisco distinguere tra musica bella e musica brutta), ricordo che a scuola, adolescente, ero etichettato come una sorta di marziano, dato che i miei coetanei ascoltavano i cantautori in voga, mentre io non mi interessavo tout-court alla musica leggera, in quanto pago delle grandi emozioni che il repertorio lirico mi donava... Conoscevo a memoria le arie tratte da ‘Tosca’, ‘Andrea Chénier’, ‘La bohème’, ma ignoravo buona parte dei dischi che venivano presentati settimanalmente dalla voce di Lelio Luttazzi, sulle onde radio della ‘Hit parade’.
Il quarto di secolo preso in esame, 1958 – 1982, equivale ai miei primi venticinque anni di vita. Nascevo quando Domenico Modugno cantava “Nel blu dipinto di blu”, ero un giovane uomo, studente universitario ed aspirante musicista, quando Claudio Baglioni cantava ‘Avrai’. Ma è solo intorno ai diciott’anni che il mondo della musica leggera è entrato nella mia vita. Al principio, non tanto per sopravvenuta passione, quanto in ragione di ben più pratiche circostanze: intrapresa l’attività di pianista di pianobar, per acquisire un po’ di autonomia economica e potermi pagare le lezioni di canto, mi resi conto che dovevo necessariamente ampliare il repertorio. Ricordo i miei primi ingaggi, pagati trentamila lire a sera... Lavoravo sei sere su sette, dalle 22 all’una di notte nei giorni feriali ed alle due e mezza il sabato e la domenica; suonavo e cantavo anche in occasione di feste e cerimonie. Un’esperienza musicalmente ed umanamente importante, utile su più fronti: dovendo giocoforza affrontare il grande repertorio pop, nazionale ed internazionale, mi si aperse un mondo, mi ricredetti sulle pregresse posizioni intransigenti e scoprii che anche la musica cosiddetta leggera aveva i suoi capolavori.
Inoltre, sia detto per inciso, tante canzoni di quegli anni rimandano al ricordo di tenerezze ed infatuazioni, intense quand’anche sbocciate ed esaurite nell’arco di una notte... Innamoramenti sovente fugaci che hanno però avuto un ruolo significativo nel mio personale percorso di ‘educazione sentimentale’.
La canzone è un prodotto artistico delicato e cangiante. Lieve, eppure tutt’altro che semplice. Nella musica leggera c’è probabilmente un margine maggiore per la sensibilità, l’intuizione, la fantasia dell’interprete. Ci sono brani in cui la parte testuale è importante, al punto da ‘fiorire’ attraverso la musica ed arrivare diritta al cuore dell’ascoltatore. In altri casi il testo è poco più d’un pretesto fonetico, o si esprime non tanto in una storia quanto in un susseguirsi di suggestioni emotive... Ogni canzone è un mondo a sé, tutto da vivere e da scoprire. E soprattutto non soggiace a regole precise, così come l’alchimia che unisce un testo ad una musica.
Poco più che ventenne, iniziai a conoscere le voci di alcuni giovani artisti che poi sarebbero diventati miei cari amici, da Renato Zero a Zucchero Fornaciari. Sono tante, le canzoni italiane che ho amato ed imparato e cantato, in quegli anni. Se però devo citare un brano che più di ogni altro abbia lasciato un segno potente in me, sono nella necessità di uscire dai confini nazionali... Penso infatti a ‘My way’: un piccolo capolavoro, una melodia cullante e indimenticabile, costruita su una progressione ascendente che fa il paio con un crescendo emotivo (e di strumentazione) in corsa fino al climax dove sono scandite le parole del titolo.
‘My way’ resta scolpita nell’anima, innescando un processo d’identificazione potente, in grado di regalare a ciascuno la sensazione che la canzone stia parlando proprio di sé. Di più, che sia la propria voce interiore. Chiave dell’universalità di My Way, forsanche quell’identificazione che fa idealmente stabilire un patto di complicità con la canzone, in cui ciascuno è colto nell’atto del guardare indietro, seguendo il filo del proprio vissuto. Capitava, non senza grande emozione, quando avevo vent’anni, capita oggi che ne conto tre volte venti.