Parigi, 16 aprile 2015 - TRE MESI dopo l’attentato a Charlie Hebdo, la redazione del settimanale francese, ora ospitata da Libération, è super protetta. All’11 di Rue Beranger stazionano due mezzi blindati: gli agenti hanno le armi in mano e controllano a vista chiunque si avvicini. Lo stanzone di Charlie è quasi paludato, foderato come è di giornali. Gérard Biard ha preso le redini della redazione dopo l’uccisione del predecessore Stéphane Charbonnier, in arte Charb. Biard ha accettato dall’Italia in segno di solidarietà una scultura dell’Urbino Press Award, operazione voluta fortemente dallo stilista Giacomo Guidi, e l’occasione per la consegna diventa uno spunto per riflettere su questi tre mesi. Vivere blindati è un peso che si aggiunge a quello della morte di amici e colleghi.

«Qui ci troviamo piuttosto bene – dice Biard – perché siamo ospitati da Libération. E poi abbiamo un giornalista in comune, Philippe Lançon, ancora in ospedale dopo l’attentato del 7 gennaio. Siamo sistemati in modo confortevole: avevamo bisogno di questo nelle prime settimane dopo l’attentato. Dovevamo essere vicini».

Come è stato ricominciare a lavorare?

«Difficile».

Come fate a mantenere la continuità col passato, dove è il vostro archivio?

«Quello che ci circonda in questo ufficio è di Libération. Quello di Charlie è nel nostro ufficio sotto sequestro».

Ritiene che gli europei abbiano capito che la libertà di espressione è da riconquistare?

«Non lo so. Il popolo europeo è una cosa molto complessa. Sulla libertà di espressione c’è un modello anglosassone diverso da quello francese, italiano e spagnolo. Penso che in fondo voi italiani, pur avendo la Chiesa in casa, siete di spirito più laico degli inglesi».

La laicità è in pericolo?

«Per noi di Charlie la laicità è essenziale per la libertà di espressione. Certo, ci sono dittature laiche. Per una vera democrazia, per una vera libertà di espressione serve la laicità che permette a tutti di avere libertà di coscienza che non è libertà di religione. La libertà di coscienza è anche quella di non credere».

Vi accusano di blasfemia.

«Anche i paesi anglosassoni hanno molta difficoltà a capirla. Per me è un problema essenziale perché la blasfemia è un modo di contestare l’autorità. E se non c’è questo in democrazia, non possiamo dire di averla. Dunque non so se gli europei abbiano capito. Io non credo. Sono un po’ pessimista in questi ultimi tempi».

L’uscita di papa Francesco sul pugno in faccia non deve avere aiutato...

Biard alza gli occhi verso il cielo: «Dovrebbe andare a rileggersi i Vangeli. Non credo che sia molto cristiano dare un pugno in faccia a chi insulta. Nei Vangeli c’è scritto di porgere l’altra guancia».

Le nuove generazioni abituate al web multimediale capiscono lo spirito delle vignette?

«Non lo so. Questo è il problema di fondo anche dell’informazione su internet non filtrata dall’editoria. È tutto orizzontale, tutto allo stesso livello. È difficile per l’informazione e ancor più per le caricature. Il lettore deve capire il contesto, dietro le vignette ci sono delle storie e su internet tutto diventa impossibile. Manca la riflessione e mi chiedo se ci sia il tempo per ridere».

Si mescolano i linguaggi...

«Esatto e a causa della globalizzazione è difficile pensare a un’informazione fatta per la Francia o l’Europa. Noi facciamo vignette per i francesi. Se altri le vedono e non le capiscono, come facciamo? Non sono indirizzate a loro, noi parliamo ai nostri lettori francesi, che non sono il mondo intero».