Sabrina Salerno
Sabrina Salerno

È una sostenibile leggerezza dell’essere quella che, allo scavallare del decennio, inizia a soffiare sulla musica italiana smussando molti spigoli acuti della canzone d’autore anni Settanta e spalancando le classifiche, complici la conversione delle radio libere in network e l’avvento della tv commerciale, a motivi e motivetti più rispondenti al narcisismo di una generazione, talora a corto di valori, per cui l’esteriorità, la felicità individuale e l’affermazione personale diventano l’obiettivo assoluto. Il consumismo eretto a status symbol, ma anche la bellezza stereotipata di centri fitness e trattamenti estetici usata come strumento per sentirsi accettati in società, sono figli di un edonismo che trova nell’America repubblicana di Ronald Reagan un significativo riferimento. È il momento degli Yuppies, dei rampanti “Young Urban Professional” decisi a ritagliarsi un ruolo nella comunità economica capitalista, ma è pure il momento della nascita di fenomeni sociologici come i “paninari” in Moncler, con le Timberland ai piedi e lo Swatch al polso, lì a ridefinire con le loro scelte i canoni della musica che gira intorno. A mescolare le carte, a conciliare l’alto e il basso, la qualità e la quantità di quegli anni, ci pensano analisi abituate a battere sul tasto dell’ironia come quelle di Roberto D’Agostino quando parla del passaggio dal Noi all’Io, dal sinistrismo al narcisismo, dalle Bierre alle Pierre, dai cellulari della polizia a quelli Motorola, dal significato al significante, dalla rivolta a John Travolta. «Gli Anni ’80 sono stati di rottura rispetto ai ’70, ma anche rispetto ai ’90», spiega Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso. «Sono stati la negazione di quell’intento sociale, esistenziale, poetico, culturale, che aveva caratterizzato il decennio precedente. Negli ’80 arrivarono il playback e la presenza in tv come elemento fondante dell’attività d’artista. Era il tempo in cui bisognava apparire per esistere, trasformando il ‘cogito ergo sum’ di Cartesio nel ‘vado in tv quindi sono’ di stelle e starlette. D’altronde ogni epoca esprime la musica che la rappresenta, perché le canzoni non stanno in un iperuranio estraneo alla vita di tutti i giorni, ma tra la gente». Tra la fine degli anni Settanta e l’avvento degli Ottanta la musica rimane un fattore determinante di appartenenza, ma si polarizza guardando da un lato all’impegno di una canzone che inizia a mitigare la sua militanza e dall’altro allo svelarsi di una generazione più legata a tematiche “soft” e dance di nuove realtà del pop. Così accanto a realtà rock e new-wave eredi dell’impegno politico-sociale del decennio precedente come Lit­fi­ba, Dia­fram­ma, Denovo, Cccp Fedeli alla linea, Negazione, Moda (senza accento sulla a) affiorano nuovi protagonisti come Sabrina Salerno, Spagna, Sandy Marton. Un Big Bang da hit-parade che riempie le classifiche di stelle e di meteore. C’è pure una maggior convergenza verso le hit-parade internazionali del tempo, basta pensare alle sperimentazioni elettropop dei Matia Bazar di Vacanze romane , allo ska della Rettore di Donatella o alla disco music dell’Alan Sorrenti di Figlie delle stelle . Pure il punk, deflagrato a metà degli anni Settanta sulle due rive dell’Atlantico grazie a gruppi come Ramones, Clash, Stoogies o Sex Pistols, trova adepti nei Decibel e nei Gaznevada. Da registrare il ritorno della canzone balneare con Vamos a la playa dei Righeira, Un’estate al mare di Giuni Russo (e Battiato) o Tropicana del Gruppo Italiano. Mondi lontanissimi che talora però si trovano ad orbitare sullo stesso asse, o quasi. Emblematico, a tal proposito, il percorso di Franco Battiato, passato dalle sperimentazioni elettroniche di Clic o a due pianoforti de L’Egitto prima delle sabbie alle tentazioni pop de L’era del cinghiale bianco , di Patriots , de La voce del padrone , primo album italiano della storia a raggiungere il milione di copie vendute a dimostrazione che l’aggancio della canzone di sangue blu col grande pubblico era cosa fattibile. Anzi, fatta. L’apertura dei cantautori ad una comunicazione più larga della nicchia in cui avevano mosso i primi passi era comunque in atto già da tempo, come testimoniato dai crescenti successi di Edoardo Bennato, primo italiano a riempire San Siro in un concerto da solista, De Gregori, Dalla o Venditti, passato nel ‘78 da un album irrisolto come Ullàlla al trionfo pieno di quel Sotto il segno dei Pesci che ancora oggi trionfa nei palazzi dello sport.