Foibe, il presidente Mattarella celebra il Giorno del Ricordo (Ansa)
Foibe, il presidente Mattarella celebra il Giorno del Ricordo (Ansa)

Roma, 9 febbraio 2018 - "Foiba" deriva dal latino "fovea". Così, nelle aree carsiche, vengono chiamati gli inghiottitoi naturali. Si tratta, in sostanza, di “abissi”, dove è assai agevole far sparire oggetti di grande volume. E corpi umani, come avvenne in quei drammatici anni Quaranta del secolo scorso. Durante la guerra e a conflitto terminato. In quelle cavità naturali sparivano nemici o presunti tali. Sparivano nel vero senso della parola perché la particolare conformazione fisica di questi abissi impediva il recupero dei corpi. Un numero preciso dei morti - con particolare riferimento all’autunno del 1943 e successivamente alla primavera del 1945 - non c’è, proprio per il problema del ritrovamenti dei corpi. In linea di massima, la macabra contabilità degli assassinati dai partigiani di Tito registra circa 6-700 vittime per il 1943 e 5mila per gli anni successivi. Ma ripetiamo: impossibile fare un conteggio preciso. Esplorare tali cavità è difficile anche perché gli jugoslavi chiusero i passaggi con tanto materiale, anche esplosivo, per ostacolare le ricerche. Ma chi furono le vittime dei titini? L’elenco è lungo.

IL MASSACRO NEGATO

Oltre a fascisti e nazisti - uccisi peraltro anche a pace firmata - nella lista degli assassinati figurano podestà, amministratori comunali, possidenti, avvocati, levatrici, carabinieri, guardie campestri, esattori comunali. Ma anche partigiani non comunisti - il comportamento del Pci fu assai ambiguo: nel 1944 uscì dal Comitato di liberazione italiano, il Cln giuliano per marciare a fianco degli uomini di Tito - nonché corpi dello Stato (italiano) come la Guardia di finanza che certamente non avevano favorito o fiancheggiato il nazifascismo e che addirittura lo avevano combattuto armi in pugno.

IL VERBO DI TITO

Quello delle foibe è argomento delicato per ragioni politiche e storiografiche insieme. Almeno fino ai primi anni Ottanta, a parte pochissimi casi, la storiografia ha evitato di affrontare l’argomento. Per non parlare delle tesi negazioniste che riprendevano il verbo del maresciallo Tito secondo cui "da parte del governo jugoslavo non furono effettuati né confische di beni, né deportazioni, né arresti salvo che di persone note come esponenti fascisti di primo piano o criminali di guerra" (nota jugoslava del 9 giugno 1945). Tesi negazioniste che vedono eventuali assassinii come reazione all’occupazione italiana di terre poi passate in mano titina.

In realtà, anche senza sposare tesi opposte che parlano di “genocidi nazionali”, la repressione cruenta fu dettata dalla volontà di cancellare ogni possibile forma di dissenso. Il che non toglie responsabilità all’aggressione fascista alla Jugoslavia e alla repressione del movimento partigiano da parte dei nazisti. Ma questi dati di fatto non sminuiscono altresì la portata del massacro di italiani, una sorta di preventiva epurazione per possibili (anche se non accertate) forme di dissenso. Una violenza di stato tipica della pratica stalinista che negava all’origine i principi della democrazia occidentale socialdemocratica e liberaldemocratica.