Il 45 giri di 'Una lacrima sul viso' di Bobby Solo
Il 45 giri di 'Una lacrima sul viso' di Bobby Solo
Milano, 1963 primavera appena iniziata. Attorno a via Berchet, la sede della Ricordi, si aggirano titubanti due ragazzi. Si fermano davanti al portone, guardano in alto poi quasi prendendo coraggio entrano di slancio. Sono Andrea Lo Vecchio e Roberto Satti. Il primo vive a Milano, il secondo a Roma. Sono amici da tempo e coltivano la passione per la musica. Roberto sta accompagnando Andrea che deve consegnare un proprio provino all’ufficio artistico. Salgono al secondo piano e vengono fatti attendere in un ufficio vuoto. C’era un divanetto, un pianoforte verticale appoggiato al muro, delle sedie e una poltrona con una chitarra. Era dove Enzo Micocci, direttore artistico, e Iller Pattaccini, suo assistente, ascoltavano e spesso frantumavano le speranze di giovani aspiranti cantanti. L’attesa si protrae, i due si annoiano e Roberto prende la chitarra e si mette a cantare Love me tender . Nello stesso momento termina in un ufficio poco distante una riunione e i partecipanti si stanno disperdendo verso i proprio uffici. Io giovane giornalista da poco assunto all’ufficio stampa mi avvio con Micocci e Pattacini passando davanti alla sala d’attesa e veniamo attratti da una voce. «Una canzone di Elvis», faccio io mentre tutti e tre ci fermiamo davanti ad una porta a vetri ad ascoltare. Entriamo nella stanza, l’imbarazzo dei due è palese e Roberto smette subito di cantare mentre Andrea si scusa. «No no – fa Micocci rivolto a Roberto che aveva ancora la chitarra in mano – continua a cantare, facci sentire qualche altra canzone». «So solo roba de Elvis», risponde Roberto. «Canta quello che ti pare», gli fa Pattaccini. Non se lo fece ripetere due volte e per una ventina di minuti cantò. «Quanti anni hai», gli chiese Micocci. «Diciotto appena compiuti», rispose. «Hai un bel timbro – gli fa Pattaccini – possiamo fare un contratto preliminare e registriamo dei provini seri». «Ma non sai proprio niente in italiano? E’ minorenne – intervengo – bisogna parlare col padre». «Pe’ carità mi padre, quello me mena - interrompe Roberto – non possiamo fa’ tutto de nascosto?». «Ci parlo io con tuo padre – dissi convinto – intanto scendi in saletta registrazioni con Iller che incidiamo un po’ la tua voce». Il padre di Roberto era il severissimo comandante Bruno Satti, pilota Alitalia che non ne poteva più di un figlio che non studiava e se ne stava tutto il giorno chiuso in camera a cantare le canzoni di Elvis Presley, si pettinava come lui e il suo massimo sogno era di vestirsi come lui. Fu dura ma lo convincemmo e firmò il contratto del figlio.
«Ma come ti chiamiamo? Satti – dissi – suona troppo comune». «Bobby - rispose – il diminutivo inglese di Robert. «Solo Bobby?», intervenne Micocci. «No – dissi io – Bobby di nome e Solo di cognome». E così fu. Nove mesi più tardi sul palco del teatro nel salone delle feste del Casinò di Sanremo Bobby Solo si presentava al Festival sbancando con Una lacrima sul viso scritta da lui e da Mogol ma firmata Pattaccini perché allora Bobby Solo non aveva fatto l’esame alla Siae. La sua voce bassa e rotonda su quella faccia di ragazzino stupito col ciuffo alla Elvis, conquistò gli italiani in tre minuti. Era nata una stella nel panorama musicale. Non ancora diciannovenne Bobby Solo stabiliva il record assoluto di vendita (tutt’ora imbattuto) per un disco 45 giri, oltre un milione e mezzo di copie vendute in tre mesi iniziando da Sanremo. Nel maggio Sur ton visage une larme raggiungeva il primo posto nelle classifiche francesi. Non è vero che non esistono le favole.