Vasco Rossi (Ansa)
Vasco Rossi (Ansa)

Bologna mi accolse, tra migliaia di altri studenti fuori sede, sul finire degli anni ’70. Di quegli anni, ho un ricordo molto bello: a vent’anni si ha la musica dentro e le canzoni di allora restano impresse nella memoria tanto quanto, per me, le vicende vissute da giovane universitaria in quella città che avevo scelto e che, già dall’inizio, sapevo sarebbe diventata la mia città. Si può essere, come me, mantovana, oppure pugliese, siciliana o straniera, ma dopo qualche anno trascorso qui “diventi” anche bolognese: entri nello spirito della comunità, nelle sue corde, nella sua socialità, nella sua musica.

La musica , certo, …ma in quegli anni non erano “solo canzonette”! Quella che si sentiva nell’aria era, in effetti, la colonna sonora di ognuno di noi, dei nostri desideri e delle nostre incertezze. Bologna in quegli anni viveva una fase storica difficile, culminata nella contestazione studentesca, negli scontri, purtroppo anche violenti, che sono impressi nella mia memoria: era il mio primo anno di università. Nelle orecchie brani divenuti senza tempo a livello internazionale e anche leggeri che ancora oggi si canticchiano sul filo dei ricordi o altri, che restano famosi per aver segnato quegli anni, divisi tra il grande impegno sociale e la voglia di evadere, perché in fondo per noi ragazzi era bello immaginarsi “figli delle stelle” e con il futuro nelle mani.
Per me i ricordi musicali più belli sono quelli dei cantautori profondi e poetici, con i loro messaggi forti che spaziavano dai temi sociali alla sfera dei sentimenti. Ricordo in particolare testi e musiche di Guccini e De André, i successi indimenticabili dei bolognesi Dalla e Morandi, già consacrati come ‘grandi’, e gli esordi di Vasco, che muoveva i primi passi per arrivare ad esserlo a sua volta. Musica sentita, cantata con gli amici e una chitarra in serate di cene e discussioni.

Su tutto, una voglia di cambiamento generale: imperversavano le tensioni in casa nostra, ma non mancava uno sguardo al mondo. Gli anni ‘70 che stavano per concludersi erano, infatti, quelli che avevano cominciato a portarci in modo forte quel senso della globalizzazione che sarebbe poi divenuto via via sempre più radicato fino ad oggi. La crisi petrolifera, il Vietnam, ma anche il Cile, tutto era sentito vicino nei discorsi e nei pensieri fino, appunto, alla nostra realtà, agli anni dei mezzi blindati sulle strade, delle barricate e, ancor peggio, del terrorismo. Anche per il ruolo che ricopro, vorrei ricordare un autobus completamente bruciato nei disordini studenteschi e successivamente portato in Piazza Maggiore dai tranvieri: un gesto emblematico in cui la città si riconobbe nel dire “basta” agli atti di violenza. Ma un altro dramma era in agguato e il 2 agosto del 1980 fu un altro autobus, il 37 - che tutti ricordiamo davanti alla stazione a raccogliere le vittime di un attentato fascista - a diventare il simbolo di una città ferita che ancora una volta faceva appello alle proprie forze per risollevarsi e per dire “no” a quel clima di paura che il terrorismo mirava a portare. È proprio quell’autobus, conservato gelosamente, che dopo tanti anni, come presidente di Tper, ho visto tornare in moto grazie alla volontà dei lavoratori di un’intera azienda che, ora come allora, è una parte importante della città, di una Bologna orgogliosa e solidale che si muove ogni giorno e in ogni senso, una realtà di donne e di uomini abituati a guardare avanti con serietà ed impegno e, penso, con una promessa in musica verso se stessi, come quei figli delle stelle: “non ci fermeremo mai, per niente al mondo”.