di Enrico Salvadori La vita di Ciccio Graziani è un album che si arricchisce sempre di nuovi capitoli, di pagine da leggere. Grande attaccante che riesce ad arrivare sul tetto del mondo nel ’82, allenatore molto ironico e televisivo nell’avventura del reality ‘Campioni’, opinionista tv che stempera i toni, a scappa tempo anche muratore con dei dissacranti video sui social. E ancora un Francesco Graziani che si cala nei panni di nonno premuroso seguendo i due nipoti, anche se considera tali pure i ragazzi della sua Academy calcistica con l’Olmoponte di Arezzo, la sua città di adozione. Partiamo dal Ciccio opinionista tv, con quel modo tutto suo di sdrammatizzare, quei commenti simpatici e tecnicamente azzeccati. "Sono impegni non gravosi, che mi lasciano il tempo per la famiglia, e poi cerco sempre di mettermi in gioco con ironia e autoironia. A Tiki Taka ci si diverte molto. Durante la pandemia mi sono collegato da casa e quando Chiambretti mi ha detto di alzarmi dalla poltrona ho fatto vedere che indossavo la giacca ma sotto avevo i pantaloni del pigiama e le pantofole. Il calcio in Italia è una cosa tremendamente seria ma è giusto sorridere un po’. Non parliamo di temi che cambiano il destino del mondo o di materie scientifiche...

di Enrico

Salvadori

La vita di Ciccio Graziani è un album che si arricchisce sempre di nuovi capitoli, di pagine da leggere. Grande attaccante che riesce ad arrivare sul tetto del mondo nel ’82, allenatore molto ironico e televisivo nell’avventura del reality ‘Campioni’, opinionista tv che stempera i toni, a scappa tempo anche muratore con dei dissacranti video sui social. E ancora un Francesco Graziani che si cala nei panni di nonno premuroso seguendo i due nipoti, anche se considera tali pure i ragazzi della sua Academy calcistica con l’Olmoponte di Arezzo, la sua città di adozione.

Partiamo dal Ciccio opinionista tv, con quel modo tutto suo di sdrammatizzare, quei commenti simpatici e tecnicamente azzeccati.

"Sono impegni non gravosi, che mi lasciano il tempo per la famiglia, e poi cerco sempre di mettermi in gioco con ironia e autoironia. A Tiki Taka ci si diverte molto. Durante la pandemia mi sono collegato da casa e quando Chiambretti mi ha detto di alzarmi dalla poltrona ho fatto vedere che indossavo la giacca ma sotto avevo i pantaloni del pigiama e le pantofole. Il calcio in Italia è una cosa tremendamente seria ma è giusto sorridere un po’. Non parliamo di temi che cambiano il destino del mondo o di materie scientifiche complicate. Bisogna anche sdrammatizzare".

E non può non tornare in mente il Graziani allenatore molto telegenico che nel 2004 accetta la proposta di Mediaset per dirigere il Cervia, la squadra del reality televisivo ‘Campioni’.

"Mi sono molto arrabbiato – per davvero e un po’ per finta – e certi siparietti sono diventati cult. Era un format azzeccato, piacevole, con grandi dati di ascolto. Come sottotitolo era stato scelto ‘Il sogno’ e l’idea era proprio regalare una ribalta tv e la possibilità di fare carriera a ragazzi che non avevano avuto l’occasione. Ho avuto una popolarità come quando giocavo in Nazionale ed è arrivata una promozione in D che Cervia aspettava da 35 anni. Al di là delle battute che piacevano a un pubblico di tutte le età, posso dire che in quella squadra di fenomeni non ne ho allenati ma qualcuno la serie C poteva farla. Il programma voleva essere l’occhio del reality in un mondo del calcio molto diverso da quello tutto lustrini. Costava molto ed è finito lì".

Ma Ciccio Graziani tornerà un giorno a fare l’allenatore?

"No, se intendete una panchina professionistica. Seguo i giovanissimi alle prime armi alla scuola calcio ed è molto gratificante. Gli insegniamo come comportarsi in campo e fuori".

Ma crescendo questi ragazzini spesso cambiano e si sopravvalutano un po’.

"In quel video sui social in cui faccio il muratore con la carriola e la calcina sotto un sole cocente ho voluto essere un po’ provocatorio. Tanti si lamentano perché giocano in estate con troppo caldo e in inverno al freddo. Ho detto a certi presunti fenomeni: ‘Fate questo lavoro e vedete quali sono i sacrifici veri’. Era un modo scherzoso per far capire quanto sia duro sgobbare tutti i giorni in condizioni difficili".

Insomma Ciccio, è quella filosofia del sacrificio che tanti anni fa ha spinto il Graziani bimbo a un’attrazione fatale verso il pallone.

"Io posso scherzarci su anche se sono cose serie, che ho vissuto personalmente. Sono nato e cresciuto a Subiaco vicino a Roma. Mio padre Antonio faceva il muratore, mamma Annunziata era casalinga ma andava anche a fare le pulizie nello studio di un dottore perché eravamo quattro figli. Nascere poveri dà maggiore forza e volontà di crescere. Persino rabbia, perché devi conquistarti tutto".

Per lei l’amore per il pallone è sbocciato all’oratorio.

"Da bambino ogni domenica salivo al monastero di Santa Scolastica. Dopo la messa mangiavamo al refettorio o a casa e poi nel pomeriggio c’era la partita di calcio contro i seminaristi che erano più grandi di noi. Sfide lunghissime, che finivano a ora di buio".

Lì suo zio fra’ Donato Semproni confidò a sua madre che lei aveva la vocazione per il cammino religioso.

"Ma vi immaginate Francesco Graziani sacerdote alla padre Brown, che si divide tra pallone e canonica? Non scherziamo, io volevo fare il calciatore vero e ci sono riuscito. Ho segnato 130 gol in serie A, nel Torino uno meno del grande Valentino Mazzola, sono andato a segno 23 volte in Nazionale e ho vinto il Mondiale. La scelta, dai, è stata quella giusta".

Una carriera inimmaginabile quando quel ragazzino arrivò a Roma per giocare in una squadra di quartiere, la Bettini Quadraro.

"Feci il provino con la Roma ma mi scartarono e anche alla Lazio non credettero in me. Con la Bettini giocavo bene, la Juventus mi seguiva. Dissero, pensate un po’, che ero bravo ma dal fisico troppo esile e non se ne fece di nulla. A Torino ci sono arrivato poi sull’altra sponda".

A 16 anni però fece le valigie arrivando ad Arezzo, in serie B.

"Alloggiavamo in un hotel del centro insieme ai giocatori scapoli della prima squadra. Mi portarono il prosciutto che non avevo mai visto e mangiato. Chiesi la mortadella ma mi convinsero: ’il prosciutto è più buono’".

Sapere che nel ’73 andò al Torino per soli 5 milioni di lire fa un po’ sorridere.

"In realtà il mio cartellino complessivamente costò 220 milioni, ma fu un affare".

Ciccio Graziani è anche un dolcissimo nonno, felice di questo ruolo.

"Gianmarco ha 5 anni vive ad Arezzo e me lo godo anche perché gli piace già il calcio. Sofia di 11 anni vive a Mantova con i genitori. La vedo meno, ma è nel mio cuore".

Una famiglia unita che ha tremato per il suo incidente domestico che poteva avere conseguenze gravissime.

"È stato terribile. Senza l’aiuto del buon Dio non sarei qui. Ero a casa per aggiustare una rete, la scala si è rotta e ho fatto un volo di 7 metri. Nei due giorni in terapia intensiva ho avuto tutte le paure del mondo. Sono stato operato per un problema ai polmoni causato dalla frattura delle costole, ho avuto un’emorragia interna e penso di essere stato aiutato dal mio angelo custode perché sono caduto sull’erba sintetica che ha attutito gli effetti dell’impatto".

Nel cuore di tutti noi e di voi Mondiali del 1982 c’è sempre Paolo Rossi.

"Proprio così. Paolo era una persona davvero speciale che è andato via troppo presto. Sua moglie Federica è splendida e infaticabile. Sento dire che l’anno prossimo per i 40 anni ci sarà qualcosa di speciale nel ricordo suo e di Gaetano Scirea. Come è giusto che sia".