15 mar 2015

Il memoriale di Bossetti: "In tv vedo i miei cari perseguitati, l’unico rifugio è il sonno"

Caso Yara, il muratore ci scrive dal carcere. «Non ho più fede»

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Gabriele Moroni

Bergamo, 15 marzo 2015 - «E COSA posso dire ora ai genitori di Yara? Nulla!! Perché solo se io fossi il colpevole potrei dirgli qualcosa ma io non li conosco, non so chi fosse Yara, non ho idea di cosa loro pensino. Sono sicuro che la loro sofferenza è grande, ma perché io ci sono finito di mezzo? Cosa c’entro io?». Abbiamo scritto a Massimo Giuseppe Bossetti nel carcere di via Monte Gleno a Bergamo dove è detenuto da nove mesi per l’omicidio di Yara Gambirasio. Gli abbiamo chiesto quali sono i suoi pensieri, come trascorre i suoi lunghi giorni di detenuto, cosa lo sostiene, se vuole rivolgere un pensiero ai familiari della tredicenne di Brembate di Sopra. Il muratore di Mapello risponde con una sorta di memoriale-sfogo. Quattro facciate di foglio protocollo riempite a mano a cui ha pensato di dare anche un titolo: «Pensieri, emozioni, difficoltà e speranze mentre trascorrono i mesi in carcere». Firmato «di Bossetti Massimo».

IL PENSIERO per la famiglia Gambirasio e una nuova dichiarazione di innocenza, di assoluta estraneità. I suoi pensieri in carcere. «Quali sono i miei pensieri, mi viene chiesto spesso. Come passo le mie giornate, cosa mi dà conforto, come vado avanti con questo macigno addosso, come e cosa mi sento pensando alla povera Yara, della quale non sono responsabile ma il cui destino è stato da altri accumulato al mio. Ebbene, è difficile spiegare il carcere a chi non l’ha mai vissuto da dentro, a chi lo ha solo visto in un film. Il carcere, che tu sia innocente o colpevole, è sempre e comunque un inferno».

Bossetti ricorda i primi mesi di detenzione. Circondato dall’ostilità degli altri detenuti. Sdraiato su un materasso a guardare il muro. Senza giornali, libri, televisione. Con le sole visite del cappellano del carcere e dello psicologo, oltre a quelle, assidue, del difensore Claudio Salvagni. «Forse avevano sperato di rompere la mia resistenza – scrive Massimo Bossetti a cui l’altro ieri il tribunale del Riesame ha ancora una volta negato la scarcerazione –, di piegare la mia testardaggine a dichiarami innocente, ma cosa altro potevo fare, se ero e rimango innocente? Potevo dichiararmi colpevole per avere la televisione in camera? Dovevo patteggiare un qualcosa di vergognoso che non mi ero mai sognato di commettere, per avere una cella migliore? Ma siamo matti?».

DOPO 137 giorni il trasferimento in una sezione «protetti». È il 28 ottobre di un anno fa, il giorno del suo quarantaquattresimo compleanno. «Dopo poco tempo che mi trovavo lì, arrivò l’anniversario del rapimento di Yara (26 novembre ndr), e tutte le televisioni su tutti i canali e a tutte le ore, mostravano la mia faccia e quella della povera Yara. In realtà io vedo la mia faccia in Tv ogni ora di ogni giorno, vedo mia moglie e i miei figli assediati dai giornalisti, vedo mia madre insultata per strada, vedo mia sorella picchiata sotto casa e minacciata, e io sono qui chiuso che non posso difendermi. Cosa mi sostiene? Cosa mi conforta? Nulla!!!!!! Nemmeno l’amore della mia famiglia riesce a confortarmi! Mio padre sta morendo di tumore al pancreas e suo figlio è in carcere con un’accusa infamante, e non lo lasciano nemmeno portargli l’ultimo saluto!! Cosa mi può confortare da questo? Il cappellano mi è sempre vicino, ma la Procura si è fissata solo su di me, senza seguire nessuna altra pista. Nulla mi può confortare da questo!! Credete che basti una Bibbia, due lettere e un paio di visite della famiglia a togliere l’angoscia che ho addosso? Essere stato incastrato, essere il capro espiatorio, essere sacrificato in televisione come l’orco, il mostro?».

LA GIORNATA in cella? È l’ultima risposta dell’artigiano bergamasco: «Passo le mie giornate dormendo più di quanto io abbia mai dormito in vita mia, giocando a scala 40, guardando cose stupide in Tv. Credetemi, non ho alcuna fede al momento, non ne ho nella giustizia, che si è dimostrata ottusa, non ne ho negli uomini, che si sono dimostrati senza cuore, e non ne ho nella preghiera, che per ora si è dimostrata inutile».

La clausola finale è scritta tutta a lettere maiuscole: «Ho solo fede in me stesso e nella mia assoluta verità». I «distinti saluti» e la firma.

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