Roberto Pazzi Non passa giorno, avvicinandoci all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, che non avverta una certa invidia per i Paesi d’Europa che hanno un Re o una Regina. Perché sono preservati dallo spettacolo cui siamo coatti con le mene, gli intrighi, gli incontri segreti, le alleanze subito smentite, gli scambi di favori dei vari uomini politici che "si giocano" la...

Roberto

Pazzi

Non passa giorno, avvicinandoci all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, che non avverta una certa invidia per i Paesi d’Europa che hanno un Re o una Regina. Perché sono preservati dallo spettacolo cui siamo coatti con le mene, gli intrighi, gli incontri segreti, le alleanze subito smentite, gli scambi di favori dei vari uomini politici che "si giocano" la suprema carica dello Stato. A che mortificante chiacchiericcio assistiamo col toto-Quirinale. Nemmeno si trattasse di una corsa dei cavalli, di un’asta al mercato per la vendita di una vacca di razza, di un forte animale da tiro. Risulta quasi impossibile credere che l’uomo o la donna che verrà eletto rappresenti l’unità nazionale. Credo piuttosto il contrario, qualunque di loro verrà eletto, rappresenterà la fazione. Si chiami Draghi, Berlusconi, Amato, Casellati, Moratti, Casini, Gentiloni, i tanti nomi gettati nella mischia queste ore in cui non si fa che parlare di covid e di Quirinale.

Le Monarchie sono invece fattori di stabilità e di unione nazionale, grazie alla continuità del sangue garantita dal delizioso anacronismo della carica ereditaria, che li fa davvero super partes, preservando la suprema carica dello Stato dalla partitocrazia. E poi vengono da lontano, profumano di Storia, di educazione al ruolo, di consumata abitudine al retaggio, non sarà un caso che Dante invocasse l’Imperatore a moderare gli appetiti nazionali che emergevano già agli albori dell’Europa. Oggi i Re regnano, non governano, sono solo simboli. Ma la forza dei simboli è immensa, e serve a rischiarare il grigiore e la disistima che la classe politica si porta addosso e assoluta, almeno da noi. Umberto II, partendo per l’esilio, a chi l’invitava a credere che dopo qualche tempo l’avrebbero richiamato in patria, con una battuta degna di Shakespeare rispondeva "no, le Monarchie sono come i sogni, o si ricordano subito o si dimenticano". Ma a qualcuno piacerebbe sognare ancora.