11 mar 2022

Volontaria denuncia le molestie E perde il posto sull’ambulanza

Ravenna, la vittima è lei eppure l’associazione respinge il reintegro: "Vertenza aperta". Lui è stato condannato

lorenzo priviato
Cronaca
Una manifestazione contro la violenza alle donne (Foto d’archivio)
Una manifestazione contro la violenza alle donne (Foto d’archivio)
Una manifestazione contro la violenza alle donne (Foto d’archivio)

di Lorenzo Priviato

LUGO (Ravenna)

Quando aveva 18 anni, e svolgeva servizio civile come soccorritrice della Pubblica Assistenza di Lugo, aveva denunciato un collega che guidava l’ambulanza, alla fine condannato a tre anni per violenza sessuale. Ora, che di anni ne ha 20, ha fatto domanda per tornare a far parte di quel mondo e di quell’associazione della provincia di Ravenna, che a un certo punto aveva dovuto lasciare, e dalla quale si aspettava vicinanza e solidarietà. Ma, anziché qualcuno ad accoglierla a braccia aperte, si è trovata di fronte un muro. E una laconica comunicazione, quattro righe per spiegare che la sua domanda di volontariato (neppure di lavoro) era stata rigettata: "Al momento non può essere accolta in quanto è ancora aperta la vertenza che la vede coinvolta in veste di denunciatore. Di conseguenza, per onestà intellettuale, al momento non è possibile accettare la sua domanda".

La giovane non ha bisogno di sforzarsi troppo per leggere tra le righe una sorta di punizione per lesa maestà, una ripicca per avere fatto scoppiare un caso, che nella Pubblica Assistenza di Lugo deve aver creato più di un imbarazzo. Il legale che la tutelava al processo come parte civile, l’avvocato Giovanni Scudellari, non la manda a dire: "Ci sarebbe solo da vergognarsi e chiedere scusa". Già, anche perché l’uomo finito alla sbarra, Gabriele Mauro, 62enne residente a San Lazzaro di Savena, in quell’ambiente era un pezzo grosso. Temuto come sindacalista e non nuovo – lo scrivono i giudici – a cadute di stile, chiamiamole così, come "palpeggiamenti non graditi sul posto di lavoro", mai denunciati "stante la posizione di potere" dello stesso e "per timore di ritorsioni sul lavoro".

L’associazione romagnola, a essere puntigliosi, non le dice ’no’, ma le dice ’non adesso’, dato che la condanna dell’accusato non è definitiva e mancano due gradi di giudizio. Una prudenza, tuttavia, che a rigor di buon senso ci si attenderebbe se il candidato fosse l’imputato, non certo la vittima di una violenza sessuale, che fino a prova contraria in questa vicenda non ha colpe. E invece si vede preclusa una strada solo per essersi sentita in dovere di denunciare abusi sessuali che secondo la sua psicologa le avevano già causato "oggettivi e duraturi sintomi di abuso a livello emozionale, fisico e alimentare".

La vicenda risale al 17 giugno del 2019: quel giorno l’uomo prima l’aveva approcciata commentando i suoi tatuaggi ("dovresti tatuarti una freccia sulla pancia che indica verso giù dato il moroso che ti ritrovi") per poi palpeggiarla e rincorrerla quando lei si era nascosta nello spogliatoio. Subito aveva chiamato la madre: "Vanno bene le battutine squallide, ma le mani è meglio le tenga a posto. Sono schifata". Alla madre, a quel punto, era corso un brivido lungo la schiena. Ricordava, infatti, quando operava presso lo stesso contesto ospedaliero, sebbene con diverso incarico, di essere stata a sua volta oggetto delle attenzioni morbose dell’uomo. Lei ma anche un’altra collega, che ha testimoniato al processo: "Non tollerava che condotte del genere potessero essere poste in essere anche ai danni di una diciottenne", scrivono i giudici nel motivare la sentenza. E severi anche nel giudicare il comportamento dell’imputato dopo i fatti: "Non appare rispondere al vero la circostanza secondo cui si dimise volontariamente dall’incarico presso la Pubblica Assistenza". Infatti, si auto sospese il giorno dopo la notifica dell’ordinanza cautelare che gli proibisce di avvicinarsi alla vittima. La quale, ora, paga la colpa di essere tale.

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