29 mar 2022

Violenze sugli Inuit, il Papa rinvia le scuse

Bergoglio ha accolto in Vaticano i nativi canadesi costretti a convertirsi. Ha espresso dolore, ma per il momento non ha chiesto perdono

nina fabrizio
Cronaca
Papa Francesco, 85 anni, insieme alle delegazioni dei nativi canadesi ricevute ieri in Santa Sede
Papa Francesco, 85 anni, insieme alle delegazioni dei nativi canadesi ricevute ieri in Santa Sede
Papa Francesco, 85 anni, insieme alle delegazioni dei nativi canadesi ricevute ieri in Santa Sede

di Nina Fabrizio

I popoli indigeni del Canada come i mitici Inuit sono stati tra i più amati e studiati dagli antropologi per la loro cultura ricca, affascinante. Ultimo, solo in ultimo di tempo, il grande antropologo francese Michel Onfray che li ha descritti e quasi consacrati in uno straordinario racconto filosofico dal titolo ’Estetica del Polo Nord’.

Eppure proprio la cultura Inuit come quella Métis e di altre popolazioni native del Canada ha dovuto subire nella sua storia violenze indicibili, la negazione della cultura stessa e poi, di conseguenza, ai suoi membri sono stati inflitti abusi fisici, verbali, sessuali. Se ne voleva cancellare l’identità per riprogrammarla, resettarla secondo la tradizione cristiana. In questo progetto oggi finalmente giudicato orrorifico, la Chiesa cattolica è stata in prima fila e così, dopo anni di nuovi negazionismi, insabbiamenti, poi l’intervento chiarificatore di commissioni governative ad alto livello, si è arrivati oggi all’ammissione della propria colpa e a un dialogo con le popolazioni native in vista di una possibile riconciliazione.

Papa Francesco ha incontrato ieri in Vaticano a porte chiuse alcuni dei sopravvissuti alle violenze e due diverse delegazioni, una dei Métis, una degli Inuit, circa un’ora di colloquio ciascuna, per stabilire quel contatto, rimandato anche a causa del Covid, che apre la strada anche a una sua visita in Canada. Erano in tutto 32 gli anziani indigeni, "custodi della conoscenza", sopravvissuti alle scuole residenziali cattoliche, e i giovani giunti in Vaticano. I delegati, hanno spiegato i vescovi canadesi, portano una profonda esperienza vissuta e approfondimenti sull’eredità delle scuole residenziali e gli impatti del colonialismo, e molti sono coinvolti direttamente nel cammino di guarigione e riconciliazione.

Per ora Francesco non ha offerto le sue scuse, cosa che probabilmente farà venerdì nell’udienza generale finale dopo gli incontri in programma con altre delegazioni e poi più solennemente sul suolo canadese, ma ha voluto concentrarsi su quello che è mancato nella Chiesa per troppi decenni e che le inchieste sulla pedofilia hanno messo in luce: la scarsità quando non la mancanza assoluta di ascolto delle vittime. Bergoglio ha mostrato "dolore" hanno riferito le stesse vittime al termine e ha parlato della necessità di avere "verità, giustizia e guarigione". La storia ormai parla chiaro: più di 150mila bambini nativi furono costretti a frequentare le scuole cristiane finanziate dallo Stato dal 19esimo secolo fino agli anni ‘70 nel tentativo di isolarli dall’influenza delle loro famiglie e della loro cultura, cristianizzarli e assimilarli nella società tradizionale.

Il governo canadese ha ammesso che i maltrattamenti e gli abusi fisici e sessuali erano dilaganti, con studenti picchiati perché parlavano la loro lingua madre. In certe scuole sono state persino ritrovate fosse comuni. I Métis hanno significativamente donato al Papa un paio di mocassini rossi con le caratteristiche perline offerti "come segno della volontà di perdonare se c’è un’azione significativa da parte della Chiesa".

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