Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne
Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne

Roma, 17 luglio 2019 - Non è solo un reato, è anche un peccato. La violenza sulle donne, punita dal diritto penale nelle sue forme più visibili e brutali, dal femminicidio allo stalking, non può trovare legittimazione alcuna nelle religioni. In quelle abramitiche (cristianesimo, ebraismo e islam) come nelle altre (induismo, buddismo...).

Attorno a questo assioma ruota l’iniziativa dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, un unicum a livello europeo che ha preso le mosse quest’anno per volontà di ventidue credenti, di sesso femminile, cattoliche, protestanti, ortodosse, ma anche ebree, musulmane, buddiste ed induiste. Studiose che hanno deciso d’inaugurare un nuovo capitolo nella storia del dialogo fra le comunità religiose in Italia, nel tentativo (tutt’altro che facile) di promuovere, in primis nelle diverse realtà di fede, la dignità e il valore delle donne, oltre ogni discriminazione, compresa la perdurante disparità di trattamento economico fra lavoratori e lavoratrici.

La cristiana Paola Cavallari, docente di Storia e Filosofia in pensione, è la responsabile dell’Osservatorio. «Le religioni purtroppo hanno una buona dose di corresponsabilità nei vari casi di violenza di genere» racconta Cavallari. «Dalla nostra esperienza possiamo dire che la metà dei femminicidi ha quantomeno sottotraccia l’idea tragica della subordinazione della donna all’uomo, frutto, pensando per esempio al cristianesimo, di un’interpretazione punitiva dell’intero genere femminile del racconto della Genesi sull’origine del peccato originale e la responsabilitá di Eva. Per troppo tempo non si è tenuto conto del contesto storico-culturale, in cui è maturato il dettato biblico». Di conseguenza «questo topos infamante ha finito per contaminare anche il mondo laico». Il gruppo punta quindi a sensibilizzare i giovani con convegni e incontre nelle scuole sulla parità di genere. Ma si rivolge pure alle donne. «Alle musulmane vittime di soprusi dico di uscire dal silenzio e denunciare, anche quando le violenze sono commesse da padri, fratelli o mariti» spiega una delle promotrici islamiche, Amina Natascia Al Zeer.

Scaturito in scia all’Appello ecumenico alle Chiese contro la violenza sulle donne, sottoscritto nel 2015 in Senato dai delegati di dieci realtà ecclesiali (per i cattolici il vescovo Mansueto Bianchi, nel frattempo scomparso), l’Osservatorio al momento stenta a trovare una diffusa collaborazione da parte dell’episcopato cattolico. «Mentre al nostro interno la sintonia è piena, nonostante la diversa provenienza religiosa di noi promotrici, dobbiamo registrare una certa cautela da parte dei vescovi – ammette Cavallari –. Il tema evidentemente è delicato e tocca le sensibilità degli uomini di Chiesa».

D’altronde secoli di maschilismo in ambito religioso non si superano dall’oggi al domani. In ambito cattolico, specie a partire dal magistero di papa Giovanni XXIII, che nell’enciclica Pacem in Terris (1963) annovera fra i segni dei tempi la presa di coscienza da parte delle donne della loro dignità, il cammino è avviato da tempo. Anche le altre confessioni cristiane e le altre fedi non segnano più il passo. Ognuna con i suoi tempi, ovvio. Ma iniziative come l’Osservatorio interreligioso danno l’opportunità di bruciare le tappe.