Roma, 25 novembre 2020 -  Ancora tre parole: discriminazione, solitudine e dolore. Per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati descrivono il complesso universo delle ricadute delle violenze subite dalle donne e che circoscrivono gli ambiti d’intervento, sempre più urgenti.

Lo dice nel videomessaggio che ha realizzato per la maratona web organizzata e promossa da Quotidiano Nazionale (La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino).

Mattarella: "Violenza sulle donne è emergenza pubblica"

«Sono i numeri a restituirci l’immagine più tragica ed eloquente della situazione attuale – spiega Casellati – Nel 2019 le vittime di femminicidio nel nostro Paese sono state 96». Numeri e statistiche non conoscono l’ipocrisia. Una donna uccisa ogni tre giorni. Un caso di stalking o maltrattamento ogni quarto d’ora. Oltre 2 mila gli orfani di madri che non ci sono più.

«Numeri di una “mattanza” inaccettabile – dice la presidente del Senato – La fotografia più nitida di un fenomeno drammatico che negli ultimi terribili mesi di pandemia si è ulteriormente aggravato».

Per molte donne, in ogni parte del mondo, il lockdown ha trasformato le mura domestiche in un inferno privato. «Proprio il luogo più intimo, quello che dovrebbe trasmettere calore e rifugio, diventa una camera di torture fisiche e psicologiche».

E questa è la dimensione più terribile della violenza contro le donne: «la condizione di abbandono e di isolamento da una società incapace di prevenire e difendere da un nemico che non bussa alla porta perché ha già le chiavi di casa», argomenta Casellati che non assolve chi si fa complice «chi vede ma si copre gli occhi». Non denuncia e va oltre, abbandonando la missione collettiva.

«Per questo, desidero rivolgere un appello anche agli operatori dell’informazione: le parole pesano e vanno usate con responsabilità», incalza la presidente invitando a restituire la violenza sulle donne e il femminicidio nella loro cruda verità, senza le romantiche parafrasi dell’«“estremo gesto d’amore” o “amore malato” perché questi crimini sono quanto di più lontano ci possa essere dall’amore».

Servono, anzi, «educazione e istruzione, famiglia e scuola». La cultura, in una parola, questa l’arma «che abbiamo per rovesciare gli stereotipi e avviare un cambiamento in grado di mettere al bando ogni forma di violenza, sessismo e discriminazione».

Perché in fondo qualsiasi tutela e normativa non saranno mai davvero efficaci se affiancate da un impegno altrettanto incisivo sul piano culturale. «Le leggi non bastano se le menti non cambiano – incalza Casellati – E’ questo l’impegno comune che tutti, ognuno per la sua parte, dobbiamo assumere oggi per vincere la battaglia contro la violenza».