Viviana Ponchia Li vedo guardare verso Superga ogni 4 maggio, prendere gol al 92’, soffrire sul baratro. Nella mia famiglia scorre sangue granata millesimato. Io sono l’eretica, la "gobba". Il Toro è letteratura e mi commuove. La Juve è un’altra storia. Papà dice che è colpa di Cabrini quando era bello. Non...

Viviana

Ponchia

Li vedo guardare verso Superga ogni 4 maggio, prendere gol al 92’, soffrire sul baratro. Nella mia famiglia scorre sangue granata millesimato. Io sono l’eretica, la "gobba". Il Toro è letteratura e mi commuove. La Juve è un’altra storia. Papà dice che è colpa di Cabrini quando era bello. Non capisce. Non capiva nemmeno perché a scuola non mi accontentassi del sette, sempre su quei libri. Ascolta Trezeguet, papà: "Quando sei la Juve,

del secondo o terzo posto non te ne fai nulla". Io mi sentivo la Juve, per uno scherzo del DNA e perché come disse Edoardo Agnelli nel 1923 diventando presidente "una cosa fatta bene può solo essere fatta meglio". Sguazzavo nella mia tracotanza dietro alla "maglia che ha sempre fame" (Claudio Marchisio), sotto l’otto mi intristivo. Dicevano: troppo facile stare da quella parte lì. Ah si? Invece ci si fa un mazzo così. Sul Devoto Oli e in campo a volte sembrava di stare a Mirafiori: produzione, assemblaggio, sudore (solo la fronte di Platini stillava champagne). Edgar Davids se ne accorse il primo giorno: "È qualcosa che si respira nello spogliatoio, nessun club al mondo fa lo stesso effetto". L’imperativo categorico di Boniperti lasciava ampio spazio al disturbo narcisistico ma portava i suoi frutti : "Alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta". In un’ottica di fabbrica l’ossessione per l’eccellenza non è immorale. Ecco perché anche dopo aver vinto nove scudetti di fila, non ci si può accontentare di arrivare tra le prime cinque. Col sei politico si è più simpatici ma non si va da nessuna parte.