Giampiero Boniperti con la maglia della sua Juventus
Giampiero Boniperti con la maglia della sua Juventus
"Io sono piemontese, nato a Barengo, nel 1928, in quel mondo contadino del quale sono stato sempre fiero; infatti quando ho iniziato a giocare a calcio una mucca aveva un gran valore". Fai fatica a riconoscere Giampiero Boniperti, il simbolo di una Juve vincente e spietata, nelle parole della sua autobiografia. Eppure in queste radici c’è tutta la sostanza umana di un personaggio che ha scritto la storia del calcio, partendo dai solchi scavati da un aratro fino alle più grandi arene del pallone, quei campi dove la Juve degli Agnelli ha lasciato una traccia indelebile. Elegante e arrogante, paterno con la sua gente, grifagno con i nemici. Così il mondo del pallone ricorda questo eroe del Novecento. Un personaggio controverso e intrigante, un...

"Io sono piemontese, nato a Barengo, nel 1928, in quel mondo contadino del quale sono stato sempre fiero; infatti quando ho iniziato a giocare a calcio una mucca aveva un gran valore".

Fai fatica a riconoscere Giampiero Boniperti, il simbolo di una Juve vincente e spietata, nelle parole della sua autobiografia. Eppure in queste radici c’è tutta la sostanza umana di un personaggio che ha scritto la storia del calcio, partendo dai solchi scavati da un aratro fino alle più grandi arene del pallone, quei campi dove la Juve degli Agnelli ha lasciato una traccia indelebile.

Elegante e arrogante, paterno con la sua gente, grifagno con i nemici. Così il mondo del pallone ricorda questo eroe del Novecento. Un personaggio controverso e intrigante, un corsaro in giacca e cravatta, che Dante avrebbe potuto collocare tra le figure scolpite nel suo Inferno.

Aggrappato a quel motto che lo ha reso celebre ("vincere è l’unica cosa che conta"), Boniperti ha costruito intorno alla sua Juve il mito di una squadra inossidabile, cattiva, affamata di vittoria e di potere. Quel potere che gli amici Gianni e Umberto Agnelli avevano delegato al geometra Giampiero, nominandolo presidente e factotum dal 1971 al 1990.

Boniperti si era meritato quella fiducia piena e totale regalando alla Juve cinque scudetti da giocatore, prima come centravanti, capace di strappare il titolo di capocannoniere a Valentino Mazzola, emblema del grande Torino, poi come regista, rifinitore e capitano nella Juve di Charles e Sivori. Chiuse la carriera di calciatore a soli 33 anni il 10 giugno 1961 dopo quel Juventus-Inter 9-1 che segnò l’esordio di Sandro Mazzola.

Rapace, tecnico e furbo, Boniperti era un giocatore modernissimo per l’epoca. Quelle stesse doti le portò con sé una volta indossata a la divisa da dirigente. Insieme al senso pratico, al rigore contadino che stridevano con quel soprannome, Marisa, coniato dai nemici (Veleno Lorenzi in prima fila) per irridere la sua eleganza in campo, i riccioli biondi e gli occhi azzurri.

Architetto di una Juve invincibile, o quasi, Boniperti trovò il generale perfetto per il suo esercito bianconero in Giovanni Trapattoni. In tempi di frontiere chiuse nacque una squadra solida e italianissima negli interpreti e nella strategia, che offri per anni la sua ossatura e il modulo tattico alla nazionale. Calcio difensivo, contropiede fulminante ma anche un presidio degli spazi che anticipava le teorie di oggi.

Dietro la sua scrivania Boniperti vinse nove scudetti, trofei internazionali e la Coppa dei campioni 1985, bagnata dal sangue dei tifosi allo stadio Heysel. Un trofeo che il presidentissimo difese con ostinazione dalle pressanti richieste di restituire quella Coppa segnata dal lutto. Da Zoff a Scirea, da Platini fino alla scoperta di Del Piero, la grande storia della Juve passa attraverso la figura di questo corsaro in cravatta che ha amato la società bianconera come la sua stessa famiglia.

Uomo scolpito da una educazione antica, detestava le parole inutili e rifuggiva dalle interviste. Le sue risposte erano lacoiche o irridenti. Amava lasciare lo stadio dopo il primo tempo per sottrarsi a taccuini e microfoni. Dava il meglio di sé dietro la scrivania, quando chiamava i giocatori a uno a uno per decidere l’ingaggio. Boniperti officiava il rito in silenzio, mostrando un assegno da firmare dove lui aveva già scritto la cifra. Nessuno osava contestare nell’ufficio del presidentisdimo. E se qualcuno osava solo alzare la testa, lui mostrava la foto del Torino di Radice: "quelli ci hanno battuti, cosa vuoi pretendere di più?".

Se vincere è l’unica cosa che conta, Boniperti c’è riuscito più di tutti. Fino all’arrivo di un calcio nuovo, targato Berlusconi.

 

Morto Giampiero Boniperti, storico presidente della Juventus. Portò Platini e Boniek