Andriano Sofri, 78 anni, e Giorgio Pietrosfetani, 77 anni, nel 1999
Andriano Sofri, 78 anni, e Giorgio Pietrosfetani, 77 anni, nel 1999
"Bruno, io sono innocente". Giorgio Pietrostefani mi guardò fisso con quegli occhi duri che conoscevo fin da bambino. "Non c’entro niente con l’esecuzione del dottor Calabresi". Mi colpirono due parole. Quel ‘dottor’ che Pietrostefani usò sempre nel nostro colloquio parlando di Calabresi. Ed "esecuzione", il termine tremendo usato dai terroristi rossi per indicare l’omicidio delle loro vittime. Nel caldo autunno del ’97 andai a trovare lui e Adriano Sofri nel carcere di Pisa. Con Giorgio non ci vedevamo da 35 anni. Avevamo fatto le elementari insieme. Ci eravamo divisi al ginnasio, ma giocavamo in coppia a tennis. Non eravamo amici, a scuola c’eravamo scontrati. Eppure doveva esserci una qualche attrazione reciproca tra noi se andavamo insieme in giro per tornei. Gli portai in carcere un libro sulla storia del tennis aquilano dal 1921 al 1995. Nel 1960 c’era annotata la nostra vittoria ai campionati abruzzesi...

"Bruno, io sono innocente". Giorgio Pietrostefani mi guardò fisso con quegli occhi duri che conoscevo fin da bambino. "Non c’entro niente con l’esecuzione del dottor Calabresi". Mi colpirono due parole. Quel ‘dottor’ che Pietrostefani usò sempre nel nostro colloquio parlando di Calabresi. Ed "esecuzione", il termine tremendo usato dai terroristi rossi per indicare l’omicidio delle loro vittime. Nel caldo autunno del ’97 andai a trovare lui e Adriano Sofri nel carcere di Pisa. Con Giorgio non ci vedevamo da 35 anni. Avevamo fatto le elementari insieme. Ci eravamo divisi al ginnasio, ma giocavamo in coppia a tennis.

Non eravamo amici, a scuola c’eravamo scontrati. Eppure doveva esserci una qualche attrazione reciproca tra noi se andavamo insieme in giro per tornei. Gli portai in carcere un libro sulla storia del tennis aquilano dal 1921 al 1995. Nel 1960 c’era annotata la nostra vittoria ai campionati abruzzesi juniores di doppio. Tra i due, quello bravo era lui.

Non ci vedevamo dal ’62, quando Giorgio si trasferì a Pisa, la città che avrebbe cambiato la sua vita. "Si respirava ideologia. Ci si nutriva di marxismo, Noi studenti ci accostavamo alla classe operaia con fervore quasi religioso". La militanza nel Pci. L’incontro con Sofri. La nascita di Lotta Continua. L’abbandono degli studi. ("Dicevamo che per fare la rivoluzione non serviva la laurea. Discorso estremistico e infantile. Per cambiare il mondo bisogna studiare, laurearsi, essere preparati…").

La vita in comune con Sofri ("Mangiavamo tutti a casa sua. I soldi? Li metteva chi li aveva"). La disperazione del padre prefetto che scoprì dai giornali le prime avventure del figlio e gli ordinò, invano, di studiare in Sicilia dove si trovava la famiglia. (I genitori erano usciti dalla cella poco prima che vi entrassi io. La madre disse: "Povero figlio mio…").

Pietrostefani diventò uno dei capi carismatici di ‘Lotta Continua’. "Ero il capo della commissione operaia. Ho fatto picchetti duri, ma non ero il capo del servizio d’ordine di LC". Eppure Curcio gli attribuisce l’offerta di far diventare le Brigate Rosse il braccio armato di Lotta Continua. Eppure Alberto Franceschini lo ha definito il capo dell’ala militarista di Lc.

Quando gli ricordai la tremenda campagna di stampa contro Calabresi, Pietrostefani riconobbe che fu "una campagna assurda. In uno Stato di diritto non si può fare una campagna del genere contro un uomo senza una prova. Ma non eravamo i soldi a farla". E accennò, senza far nomi, ai famosi appelli pubblicati nel ’71 dall’ Espresso in cui il meglio dell’intellighenzia di sinistra scrisse contro Calabresi la motivazione di una condanna a morte.

"Era naturale che nella logica estremistica di quei tempi si dicesse: Pinelli stava nella stanza di Calabresi, Pinelli è caduto dalla finestra, Calabresi ha buttato giù Pinelli. Calabresi è un assassino. Cominciò così", mi disse Giorgio. Lotta Continua si sciolse nel ’76. "Lo facemmo per non litigare. Lc è stata sempre una storia di amicizia. Ci sono persone più diverse di Enrico Deaglio e Paolo Liguori? No. Eppure io sono amico di entrambi…".

Giorgio chiuse la parentesi, completò il triennio in tre sessioni, diventò l’ingegner Pietrostefani, amministratore delegato delle Officine Reggiane dell’Efim.

"Sai che quando nel luglio dell’88 vennero all’alba trenta carabinieri ad arrestarmi e mi parlarono di Calabresi pensai a un equivoco con la malavita calabrese?".

Cominciò una storia giudiziaria unica in Italia: 15 sentenze in 12 anni. Pietrostefani scappò in Francia. Rientrò volontariamente qualche mese prima del nostro incontro e mi disse che se fosse uscito dal carcere per "qualche artifizio istituzionale, io continuerei a vivere per recuperare il mio onore".

Per questo non chiederai la grazia? "Un innocente non chiede la grazia. Guarda, potrei farti un lungo elenco delle cose di cui mi pento. Cose molto brutte, cose cattive nei confronti degli altri. Ero un fanatico, ma sono innocente".

Nel 2000 Pietrostefani scappò definitivamente in Francia, mai pensando che ventuno anni dopo il patto Draghi-Macron avrebbe fatto cadere la dottrina Mitterand. Oggi Giorgio ha 78 anni ed è malato seriamente. Non lo immagino in una cella, se e quando a ottant’ anni tornerà in Italia. La giustizia non è vendetta. Mi piacerebbe però incontrarlo di nuovo per chiedergli se nella sera della sua, della nostra vita, non crede che il nostro Paese ha diritto di sapere il tanto non detto sugli Anni di Piombo. Troppi brigatisti sono stati perdonati senza aprire davvero bocca. Se nessuno parlerà il capitolo di una nostra piccola, tremenda guerra civile non si chiuderà mai.