Tommaso

Strambi

M i raccomando, non usare Wikipedia come fonte!". È l’ammonimento che da vent’anni a questa parte ("l’enciclopedia libera" è stata lanciata, infatti, da Jimmy Wales nel 2001) risuona nelle aule universitarie a chi si accinge a scrivere una tesi di laurea o di dottorato. E, forse, non ci sarebbe nulla di male se ci rivolgesse a ‘wiki’ solo per una raccolta veloce e informale delle prime informazioni.

Il problema è che molti studenti (e non solo), proprio a causa della "libera enciclopedia", non sanno più da che parte rifarsi nell’impostare una ricerca o nel compulsare l’indice di una biblioteca alla ricerca del volume dove verificare la propria idea di studio. In questi due decenni, infatti, molti di loro (e in qualche caso anche qualche docente) hanno finito per lasciarsi travolgere dal web. Mal interpretando, forse, la felice espressione coniata da Howard Rheingold di diventare net smart. Ovvero, capaci di "modulare la propria capacità di apprendimento e riflessione in maniera critica e flessibile, sfruttando le potenzialità della Rete". Con buona pace dell’Illuminismo e di Voltaire. E dire che eravamo stati messi in guardia quando, nel 2013, la grande e illustre enciclopedia Brockhaus (nata in occasione della svolta illuminista del Regno di Prussia) ha interrotto le pubblicazioni dei suoi ventiquattro tomi. Defunta per sempre. E, con essa, l’intero tempio del sapere archiviato per eccellenza in tutta la Mitteleuropa e nel mondo. E non solo in Germania.