Roma, 14 novembre 2019 - Il grande accusato riposa alle bocche della laguna con le paratoie gonfie di acqua salmastra. Il Mose – Modulo sperimentale elettromeccanico, tanto per chiarire l’aleatorietà dell’impresa – soffre di chiara disfunzione. A sedici anni dallo strombazzato avvio dell’opera, non è ancora pronto per tirarsi su (teoricamente per maree alte fino a tre metri).

Il sistema di paratoie mobili che dovrebbe difendere Venezia, costato più di 6 miliardi, è tuttora fermo al 93% di avanzamento lavori. E l’ultimo scatto, anziché avvicinarsi, pare ogni giorno più lontano, se è vero che ruggine delle cerniere, corrosione marina e paralisi delle pompe autorizzano sospetti di precoce atrofia meccanica. L’ultima prova di emersione della scorsa settimana è stata immediatamente interrotta a causa del sinistro concerto di vibrazioni. In pratica l’opera naturalmente più odiata dagli ambientalisti, ma anche quella più reclamizzata dagli interventisti, rischia di diventare museo sottomarino per obsolescenza in corso d’impresa. Nessuno se lo augura – forse neppure l’esercito di nemici – perché il pazzesco sforzo ingegneristico ed economico sostenuto dal Paese almeno una controprova la meriterebbe.

La straordinaria alluvione del 1966 con picco a 191 cm dallo zero idrografico di Punta della Salute originò ampio dibattito nazionale e poi, di legge speciale in legge speciale, partorì l’idea della diga mobile con 78 paratoie indipendenti sulle tre bocche lagunari: attivabili contemporaneamente in caso di evento eccezionale, oppure separatamente in base ai venti, alla pressione e alla previsione di acqua alta.

Anni trascorsi invano: i costi sono lievitati, il Mose non è pronto e la Serenissima allagata. Il post-it di fine lavori è appuntato al 31 dicembre 2021. Un’eternità: quasi 800 giorni da oggi e chissà quante alte maree, le cui crescenti frequenza e intensità accendono nuove spie sulla razionalità del progetto originario. A peggiorare la situazione concorrono subsidenza del suolo (che in un secolo si è abbassato di 15 cm) e contemporaneo innalzamento del livello del mare (26 cm nello stesso arco temporale). Sicché, di fronte all’intensificarsi dei fenomeni avversi e alle più generali insidie del cambiamento climatico, quella originaria quota di 110 cm di altezza delle maree per la sistematica attivazione della diga mobile oggi rende l’idea stessa del Mose difficilmente compatibile con la tutela dell’ecosistema lagunare. La mancata uscita giornaliera della marea di ritorno, se protratta nel tempo, comporterebbe infatti la distruzione di un bacino unico al mondo, privato del suo naturale interscambio con l’Adriatico.

Il Mose per ora ha funzionato solo per le decine di politici, affaristi e uomini di Stato che ci hanno mangiato sopra. L’inchiesta 2014 e le successive condanne hanno portato alla luce tangenti e miasmi. Ennesimo scandalo nazionale mentre Venezia inesorabilmente sprofonda. Anticipando, nella sua veste spettrale, cosa potrebbe succedere – nel giro di pochi decenni – alle piatte aree costiere del resto del mondo.