La seconda storia spiega che "mai" e "per sempre" sono avverbi da usare con prudenza. Soprattutto a tavola, dove il pentimento è il piatto del giorno. Ancora una volta è la vita a fare di testa sua. In questo caso capace, con uno stratagemma banale come l’amore, di trasformare una vegetariana convinta prima in allevatrice e poi in mangiatrice di mucche senza sensi di colpa. Nicolette Hahn Niman è un avvocato ambientalista che a lungo si è battuta contro l’inquinamento causato dalla produzione di carne negli Stati Uniti. Era in pena per gli animali e per il...

La seconda storia spiega che "mai" e "per sempre" sono avverbi da usare con prudenza. Soprattutto a tavola, dove il pentimento è il piatto del giorno. Ancora una volta è la vita a fare di testa sua. In questo caso capace, con uno stratagemma banale come l’amore, di trasformare una vegetariana convinta prima in allevatrice e poi in mangiatrice di mucche senza sensi di colpa. Nicolette Hahn Niman è un avvocato ambientalista che a lungo si è battuta contro l’inquinamento causato dalla produzione di carne negli Stati Uniti. Era in pena per gli animali e per il prezzo pagato dal pianeta, ci credeva veramente e per 33 anni è stata alla larga da qualsiasi cosa avesse avuto una mamma. Lavorava a New York per l’organizzazione benefica di Kennedy Jr. Finché un giorno a Central Park ha incontrato un contadino, si è innamorata al primo sguardo, lo ha sposato. Ed è andata a vivere nel suo ranch, un trauma simile a quello patito dal vampiro in un campo di aglio. Per 18 anni ha lavorato con il marito in mezzo ai loro due bambini e a quelle che sarebbero diventate bistecche e si è sinceramente affezionata a loro. Poi due anni fa la svolta: un morso alle amiche quadrupedi, un pezzo di hamburger giudicato meraviglioso come il primo sorso di birra del maratoneta. Non ha più smesso. Si è fatta fare una maglietta con su scritto "It’s not the cow, it’s the how", gioco di parole per dire che il problema non è la mucca morta, ma come viene trattata la mucca viva. Ne ha fatto una questione di metodo.

C’è un modo, dice, per evitare l’allevamento diabolicamente dannoso. Se gli animali vengono liberati dalle stalle, se viene permesso loro di vagare e nutrirsi spensieratamente come gli antenati selvatici, loro sono felici e l’ambiente ringrazia. Un alibi per gettarsi sulla fiorentina senza rimorsi dopo anni a lattuga e zucchine? La Hahn è in buona compagnia. Uno dei primi a lanciare la provocazione è stato Simon Fairlie, caporedattore della rivista inglese The Ecologist ed ex vegetariano. In una candida intervista al Time ha spiegato il punto di vista del traditore: "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni, poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo cosa fare: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". Il suo nuovo credo è spiegato nel libro "Meat: a benign extravagance". Il punto è sempre quello: esistono un allevamento etico e un onnivoro ecologista o flexitariano, che accetta con filosofia il ciclo della vita e della morte.

Angelina Jolie e Bill Clinton dicono di avere fatto marcia indietro per ragioni di salute, il frontman dei Coldplay Chris Martin per ripicca dopo il divorzio da Gwyneth Paltrow e dalla sua filosofia cruelty free. Massimo rispetto per Beyoncé e Jay-Z campioni di umana impermanenza e nostri fratelli: sono stati vegetariani solo per 22 giorni.