Roma, 30 gennaio 2021 - L'Aifa ha dato il via libera al vaccino anti-Covid di AstraZeneca, che aveva già ricevuto ieri l'ok dell'Ema. Dopo una lunga riunione della Commissione tecnico-scientifica dell'Agenzia italiana del farmaco, il documento prodotto "raccomanda l'utilizzo preferenziale" del farmaco sui soggetti dai 18 ai 55 anni, mentre l'Ema ne autorizza l'uso per tutti sopra i 18 anni. "Con l'ok ad AstraZeneca - ha detto il ministro Roberto Speranza nell'incontro con le Regioni - entriamo in una fase espansiva della vaccinazione e serve tutto il personale che abbiamo selezionato". 

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Si confermano, comunque, i dubbi sull'efficacia del vaccino AstraZeneca per i soggetti più anziani, vista la scarsità di pazienti di quelle fasce di età arruolati negli studi clinici. Aspetto sottolineato anche dall'Ema, che tuttavia ha autorizzato il vaccino in Ue per tutti i soggetti sopra i 18 anni. 
Anche l'Aifa formalmente si adegua, raccomandando però l'utilizzo soprattutto per i più giovani. A questo punto sarà il ministero della Salute a stabilire nel dettaglio le modalità d'uso nel nostro territorio. 

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Germania: no agli over 65

In Germania si raccomanda di non vaccinare chi ha più di 65 anni con AstraZeneca, ma l'organismo tedesco che da l'ok ai vaccini ha tenuto a ribadire che la scelta non è dettata dal sospetto di una cattiva qualità, ma dal fatto che non ci sono ancora sufficienti informazioni sull'efficacia in questo gruppo di età. Klaus Cichutek, presidente dell'Istituto Paul Ehrlich (Pei) dei Vaccini, lo ha spiegato nel corso di un incontro on-line, presente anche il ministro della sanità Jens Spahn. 

Il siero di AstraZeneca è "per qualità comparabile" ai due che sono già stati autorizzati dalL'Ue dopo il 'via libera' dell'Ema, ovvero Pfizer/BioNTech e Moderna; la raccomandazione del Pei di vaccinare solo gli under 65 con questa formula è dovuta esclusivamente al fatto che "il volume dei dati" sulla sua efficacia in questa fascia di età è "inferiore", ha sottolineato Cichutek.

Vaccino AstraZeneca: come funziona

Il nome di questo vaccino, come sempre nelle fasi di sperimentazione, è impronunciabile: ChAdOx1 nCoV-19. Ma al di là di questo, il frutto del lavoro dell'università di Oxford con il rilevante contributo tutto italiano della Irbm di Pomezia, è una delle speranze più concrete per debellare il Coronavirus. 
Il vaccino si basa sulla tecnica del "vettore virale", ossia l'utilizzo di un virus simile a quello che si vuole prevenire ma non aggressivo, a cui si "incollano" le informazioni genetiche che si spera facciano scattare la risposta immunitaria dell'organismo. Ed è proprio questo che fanno nei laboratori di Pomezia: l'Irbm è uno dei leader globali nella produzione di vettori virali. 

Questo vaccino in particolare utilizza un vettore virale di scimpanzè con deficit di replicazione basato su una versione indebolita di un comune virus del raffreddore (adenovirus), che causa infezioni negli scimpanzè e contiene il materiale genetico della proteina spike Sars-CoV-2. Dopo la vaccinazione, viene prodotta la proteina spike superficiale, la quale attiva il sistema immunitario affinché attacchi il virus Covid-19 se questo dovesse in seguito infettare l'organismo. 
Il vettore è stato scelto per generare una forte risposta immunitaria già da una singola dose e non è replicante, non può quindi causare un'infezione nell'individuo vaccinato.

I vaccini prodotti con il virus ChAdOx1 si sono dimostrati ben tollerati, sebbene possano causare effetti indesiderati temporanei, come febbre, sintomi simil-influenzali, mal di testa o dolore al braccio. La capacità produttiva totale è attualmente pari a due miliardi di dosi.