Don Aldo Buonaiuto
Don Aldo Buonaiuto

Ho sempre davanti agli occhi l’immagine di don Oreste Benzi con il megafono in mano che dava voce ai fragili e agli indifesi, divenendo il loro portavoce. Per loro negli anni Sessanta occupava le strade affinché smettessero di vivere reclusi negli istituti, si batteva per portarli in villeggiatura e persino per farli entrare in Chiesa abbattendo le barriere architettoniche e quelle mentali. Sono trascorsi decenni di campagne e battaglie di sensibilizzazione pubblica per vedere riconosciuto il diritto dei disabili di essere parte attiva e visibile della comunità. I mesi del lockdown e le successive inevitabili chiusure sanitarie hanno purtroppo imprigionato nuovamente questi nostri amici, diversamente abili, nel recinto privato delle loro abitazioni e delle strutture che meritoriamente si occupano di loro. Come dire, mezzo secolo per uscire metaforicamente dalle catacombe e pochi mesi per esservi nuovamente confinati.

Nella storia nessun diritto è conquistato per sempre, c’è bisogno di una vigilanza continua per non compiere gravosi passi indietro. Oggi non abbiamo sentito parlare di disabili nelle uscite ufficiali delle istituzioni che dovrebbero includerli tra le priorità del piano vaccini. Invece niente! Se ne è lamentata addirittura la neoministra per le disabilità alla quale si erano rivolte le associazioni dei familiari.

Purtroppo i nostri fratelli e sorelle disabili non fanno notizia. Non basta aver creato un dicastero apposito per mettere finalmente al centro coloro che Papa Francesco definisce vittime della cultura dello scarto. Aristotele sosteneva che tutto ciò che è reale è razionale. Che senso ha quindi aver opportunamente istituito un ufficio se poi non si tiene conto delle istanze da esso presentate?

I disabili non si assembrano, non gridano sui social, non attirano l’attenzione dei mass media. In una società in cui si diventa invisibili quando non si produce clamore, le persone con disabilità continuano ad essere incredibilmente dimenticate nella definizione delle urgenze pandemiche. Eppure i nostri figli, genitori e fratelli sono i più esposti al virus proprio in ragione della loro vulnerabilità.

Ad un disabile intellettivo come si può chiedere il rispetto di un Dpcm o spiegare l’esigenza del distanziamento fisico? Dopo un anno di emergenza sanitaria e sociale sembra incredibile dover richiamare la necessità di tutelare i soggetti più deboli, più bisognosi di ricevere quel vaccino che nei Paesi già in via di immunizzazione (Regno Unito, Israele) sta abbattendo la curva del rischio. Nella culla storica e valoriale della civiltà occidentale non siamo ancora in grado di salvaguardare i componenti più fragili della nostra comunità. Povera quella società nella quale la burocrazia e le inefficienze disumanizzano la vita quotidiana al punto da abbandonare le persone meno protette sul ciglio di una nuova “Rupe tarpea”. Trascurare le disabilità equivale ad essere domani giudicati dalla storia come padri e madri snaturati, colpevoli di indifferenza verso la loro prole indifesa.

 

 

 

 

 

 

 

* Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII