Cesare De Carlo Un nemico alla volta, ammoniva Catullo. Era il poeta dell’amore. Ma non gli mancava quell’accortezza diciamo tattica, che se è valida nelle questioni di cuore a maggior ragione lo è in politica e nella strategia militare. I nemici vanno affrontati uno alla volta. Soprattutto se temibili come lo sono diventati Russia, Cina, Iran al cospetto del declino americano. Divide et impera. I romani...

Cesare

De Carlo

Un nemico alla volta, ammoniva Catullo. Era il poeta dell’amore. Ma non gli mancava quell’accortezza diciamo tattica, che se è valida nelle questioni di cuore a maggior ragione lo è in politica e nella strategia militare. I nemici vanno affrontati uno alla volta. Soprattutto se temibili come lo sono diventati Russia, Cina, Iran al cospetto del declino americano. Divide et impera. I romani ci costruirono sopra un impero. Non i soli. Anche Trump ha cercato di imitarli inseguendo rapporti personali con Putin in funzione anticinese. Joe Biden no. Joe Biden, che in mezzo secolo "non ne ha indovinata una"’ (Robert Gates, ministro di Obama), sembra posseduto dalla sindrome opposta: molti nemici, molto onore. Come diceva una volta la Buonanima di casa nostra. E dunque contemporaneamente riesce a inimicarsi Russia, Cina e Iran.

È saggio? Ovviamente no. La più elementare convenienza dovrebbe fargli adottare un altro famoso adagio (arabo): il nemico del mio nemico è mio amico. E dunque anzichè ricompattare i nemici in un unico, ostile fronte dovrebbe giocarli uno contro l’altro. Invece cosa fa? Minaccia alla Russia sanzioni se davvero invadesse l’Ucraina. Ma Putin qualche ragione ce l’ha quando non vuole l’Ucraina nella Nato e missili a cinque minuti da Mosca. Minaccia altre sanzioni al cinese Xi nel caso in cui dovesse fare come Putin e invadere Taiwan. Ma Putin e Xi sanno benissimo che al di là delle ritorsioni economiche Biden non potrà andare. Negli Stati Uniti del dopo Trump e nell’Europa prostrata dal virus cinese, nessuno vuol morire per Kiew e nemmeno per Taipeh. E quanto all’Iran non sono le minacce a spingere gli ayatollah nelle braccia di Russia e Cina ma le sue arrendevolezze. In primo luogo sulla vendita di petrolio alla Cina e secondariamente per l’abrogazione delle sanzioni di Trump contro le progettate bombe nucleari. Ma su tutto predominante in questa insana coalizione è la convinzione di poter rischiare. La fuga dall’Afghanistan è stata un colpo mortale per la credibilità americana. (cesaredecarlo@cs.com)