Gianluca Danise, militare morto per un tumore
Gianluca Danise, militare morto per un tumore

Roma, 28 dicembre 2015 - L'ultimo è stato Gianluca Danise, napoletano classe 1973, maresciallo dell’Aeronautica, in missione in Kosovo, Albania, Eritrea, Afghanistan, Iraq, Gibuti. È morto all’antivigilia di Natale per un tumore causato delle polveri di uranio impoverito. È il 321° militare italiano a morire per questo motivo, una strage silenziosa per l’omertà che la avvolge come un sudario, e la cui misura ancora non ci è nota perchè oltre 3.700 sono i malati. Alcuni di loro moriranno. 
L’insulto peggiore partito dall’ultima vittima è che l’ultima battaglia l’ha combattuta contro una burocrazia ottusa che sistematicamente ha negato e nega oltre ogni decenza una scomoda verità. E prima gli ha sbagliato il calcolo della pensione e poi gli ha pervicacemente negato la causa di servizio. «Lo scorso anno – racconta Domenico Leggiero dell’Osservatorio militare – Gianluca ricevette una lunga e affettuosa telefonata del ministro Pinotti. Gli fece grandi promesse. Credemmo tutti che stessero davvero cambiando le cose. Ci sbagliavamo. Quella telefonata, che penso fosse sincera, non ebbe alcun seguito perchè la struttura remava e ha continuato a remare contro. Le promesse non hanno avuto seguito. Il muro di gomma ha prevalso sul ministro».
 
E così, in attesa che a gennaio partano i lavori della terza commissione parlamentare sull’uranio impoverito, non resta che la strada delle cause civili. Che inizia a dare qualche soddisfazione. «Sono state promosse circa 200 cause per il riconoscimento della causa di servizio e dei danni – osserva Leggiero – e il ministro è stato condannato già 38 volte, e 17 sentenze sono passate già in giudicato. I risarcimenti sono importanti, mediamente diciamo attorno agli 800mila euro per la moglie, 400mila per ogni figlio, 500mila per i genitori. Che senso ha per il ministero fare la guerra ai suoi soldati ammalatisi per l’uranio impoverito e venire quasi sistematicamente sconfitto? All’amministrazione converrebbe piuttosto riconoscere la causa di servizio, in presenza di adeguata documentazione, in maniera automatica, come si fa nei Paesi civili». Ma sono intrisi in una cultura del diniego sistematico di ogni responsabilità dell’uranio impoverito nelle malattie del personale, e non lo fanno. Per la commissione, se avrà voglia e modo di lavorare davvero, ci sarà materiale da acquisire e studiare, e ci saranno audizioni da fare per capire come mai i nostri militari non presero precauzioni, anche nei poligoni e nelle aree di guerra, contro l’uranio impoverito. Il cui uso da parte di americani e inglesi era ben noto. Anche all’Italia.
E note ai generali erano le comunicazioni sui possibili rischi per il personale dopo l’uso in teatri di guerra. Il Joint chief of staff (capo di stato maggiore) americano mandò il primo luglio 1999 una nota di hazard awareness (allerta rischio) agli stati maggiori dei Paesi alleati con contingenti in Kosovo, citando l’uso di proiettili all’uranio impoverito.
 
Chi la lesse e la minimizzò lo fece di sua sponte o informò il potere politico (all’epoca presidente del consiglio era D’Alema, il vicepresidente Sergio Mattarella, e il ministro della Difesa Carlo Scognamiglio)? E se sì, come lo fece, con bugie e mezze verità? Per il rispetto di 321 soldati morti, sono domande che meriterebbero una risposta vera.