Chiara Di Clemente Diciamo che siamo alle basi, tipo pannolini e pasta di Fissan: Freud definisce la madre primo soccorritore, il primo “altro“ che risponde alla richiesta di presenza. Lo spiegava Recalcati nel saggio “Le mani della madre“, lo avrà spiegato anche qualche reality in Gran Bretagna: la madre non...

Chiara

Di Clemente

Diciamo che siamo alle basi, tipo pannolini e pasta di Fissan: Freud definisce la madre primo soccorritore, il primo “altro“ che risponde alla richiesta di presenza. Lo spiegava Recalcati nel saggio “Le mani della madre“, lo avrà spiegato anche qualche reality in Gran Bretagna: la madre non è l’utero ma è chi risponde alla nostra richiesta di aiuto, il volto della madre è il nostro primo specchio e se ci accoglie sorridendo ci illuminerà la vita; le mani della madre servono a sorreggere il peso della nostra esistenza, a evitare che cada nel vuoto. Che il primo specchio del neonato possa essere serenamente (per il bimbo) anche lo schermo di un telefonino per una diretta social del parto pagata 12mila euro non è propriamente il capitolo uno del manuale della giovane marmotta che diventa genitore. Non è – pare – contemplato dall’inesistente libretto di istruzioni che non ti danno quando esci dall’ospedale col bebè o dal negozio col nuovo iPhone.

Chissà se il figlio in arrivo in diretta sarà, un domani, d’accordo con l’impresa mediatica di cui è stato fatto oggetto: perché se noi del nostro corpo siamo pure liberi di fare ciò che vogliamo, i nostri figli non siamo noi e hanno diritto al rispetto della propria persona, intimità e immagine persino (toh!) da neonati. E chissà poi in che modo le mani della mamma potranno sorreggere questo e gli altri tre figli, se già così occupate a sorreggere uno smartphone. Per pensare cose intelligenti, basta non pensare sciocchezze: peccato solo che a dirlo sia stato Schopenhauer e non Zuckerberg.