Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, 74 anni
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, 74 anni
di Antonella Coppari Sì, certo, in politica mai dire mai è un imperativo. Ma quello di Sergio Mattarella è stato proprio un addio. E anche se tra i democratici il motto è "la speranza è l’ultima a morire", il day after il messaggio di congedo – applaudito dalla politica compatta – ne devono prendere atto tutti. Per la verità, un pezzo di Pd non ha aspettato il discorso del commiato: qualche giorno fa al riparo da sguardi indiscreti, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che vanta una presa salda sui gruppi parlamentari è andato da Draghi e ha messo da parte ogni diplomazia: perché passi a presiedere non più il Consiglio dei ministri ma la Repubblica – ha chiarito – serve un accordo...

di Antonella Coppari

Sì, certo, in politica mai dire mai è un imperativo. Ma quello di Sergio Mattarella è stato proprio un addio. E anche se tra i democratici il motto è "la speranza è l’ultima a morire", il day after il messaggio di congedo – applaudito dalla politica compatta – ne devono prendere atto tutti. Per la verità, un pezzo di Pd non ha aspettato il discorso del commiato: qualche giorno fa al riparo da sguardi indiscreti, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che vanta una presa salda sui gruppi parlamentari è andato da Draghi e ha messo da parte ogni diplomazia: perché passi a presiedere non più il Consiglio dei ministri ma la Repubblica – ha chiarito – serve un accordo complessivo di ferro. Da un lato, bisogna garantire il proseguimento della legislatura. Dall’altro, bisogna mettere mano alla riforma elettorale.

Sono due condizioni abbastanza difficili. Per mandare avanti il governo un altro anno, ci vuole la scelta condivisa di un nuovo premier (Franceschini, ipotizzato da Renzi, fa storcere il naso a molti). Per modificare il Rosatellum ci vuole l’okay di una destra che è tentata, come mezzo Pd, dal proporzionale ma deve fare i conti con il veto di Giorgia Meloni. Questa è storia delle prossime settimane: tra due giorni il presidente della Camera convocherà i Grandi elettori. In attesa del vertice del Pd (13 gennaio) e del centrodestra (dopo le festività), le uniche certezze sono che, nonostante i sogni di mezzo Nazareno, l’opzione Mattarella è fuori e del resto fin dall’inizio si sa che l’eventualità forse non sarebbe esistita comunque data l’ostilità del capo dello Stato alla rielezione di qualsiasi presidente. In ogni caso a chiudere i giochi ci aveva pensato da un pezzo il centrodestra facendo capire, con la dovuta cortesia, di essere ostile al bis.

Messe da parte le formalità, ora tanto Salvini quanto la Meloni l’esplicitano: "Se qualcuno volesse utilizzare l’allarme Covid per indurre il Presidente a modificare il suo pensiero e riproporne la rielezione sappia che Fd’I è contraria", avverte lei. E il Carroccio incalza: "Non forzeremo né la sua volontà né la Costituzione per un bis". La seconda certezza è che Berlusconi è intenzionato a giocare la partita. A confermarlo, semmai ce ne fosse stato bisogno, è il silenzio inusuale con cui accoglie il messaggio d’addio di Mattarella. Non che abbia niente in contrario, ma in questo momento il Cavaliere è persuaso che ogni parola possa essere travisata e la scelta di non commentare, accompagnata da una specie di personale "messaggio presidenziale" dimostrano quanto si senta in campo: "Auguro agli italiani che il 2022 sia l’anno della rinascita, della ripresa, del ritorno alla serenità".

L’ultima certezza è che in pista c’è anche Draghi. Non solo perché ha esaltato le parole di Mattarella ringraziandolo per l’invito all’unità nazionale, alla solidarietà, al patriottismo. "Sono parole che toccano il cuore di tutti i cittadini. Il miglior augurio di buon anno per l’Italia". Ma anche perché ha ascoltato attentamente il discorso di Guerini. Del resto la sua candidatura, dopo la levata di scudi iniziale dei partiti, arriva alla fase finale più solida. Se i grillini vogliono la garanzia che la legislatura continui, il Pd (sogni mattarelliani a parte) è oramai deciso con Letta che tiene la barra, Renzi si sta convincendo, e Salvini in una chiacchierata con l’ex premier avrebbe ammesso di non essere convinto che la candidatura del Cavaliere possa sfondare. Tutto sta trovare un modo per dirlo al diretto interessato.

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