CATANIA "Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c’erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due. E anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". Il presidente dell’ufficio dei gip di Catania, Nunzio Sarpietro, cerca di mettere il silenziatore alle polemiche sulla scarcerazione di Antonino ‘Tony’ Sciuto, il 38enne...

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"Non mi sento di contestare alcuna colpa al collega, ha agito secondo legge: nel fascicolo c’erano anche elementi contrastanti di cui ha tenuto conto, come un primo riavvicinamento tra i due. E anche se lui fosse stato agli arresti domiciliari sarebbe potuto evadere e commettere lo stesso il delitto". Il presidente dell’ufficio dei gip di Catania, Nunzio Sarpietro, cerca di mettere il silenziatore alle polemiche sulla scarcerazione di Antonino ‘Tony’ Sciuto, il 38enne che ha ucciso sul lungomare di Aci Trezza con sette colpi di pistola alla testa la sua ex fidanzata, Vanessa Zappalà, di 26 anni. "È difficile controllare tutti gli stalker – osserva Sarpietro – noi emettiamo come ufficio 5-6 ordinanze restrittive a settimana ed è complicato disporre la carcerazione perché occorrono elementi gravi e, comunque, non si può fare fronte ai fatti imponderabili". Intanto Trecastagni (Ct), la "terrazza sull’Etna" come la definiscono i residenti, paese in cui viveva Vanessa, proclama il lutto cittadino per il giorno dei funerali. Bandiere listate a lutto e sospensione degli spettacoli per agosto, mentre ieri sera si è svolto una fiaccolata in ricordo. "Tony era prepotente, girava sempre armato, libero. Con le leggi giuste l’omicidio si sarebbe potuto evitare", dice Carmelo Zappalà, il padre di Vanessa, ribadendo ai compaesani e ai giornalisti un rammarico e un dolore già espressi. "Per queste persone – ripete – ci deve essere una struttura dove chiuderli per curarli". Ritorna sulla "impotenza" dello Stato verso chi stalkerizza. "Dopo il suo arresto (a giugno,ndr) non l’abbiamo più visto e pensavamo che fosse tutto finito. Evidentemente nei due mesi successivi ha maturato la decisione di uccidere mia figlia e di impiccarsi. Non mi piaceva tanto, ma all’inizio andava d’accordo con lei. Hanno convissuto per 8-9 mesi a casa mia e qualche problema c’è stato, botte e maltrattamenti. Poi è finita ed è andato via dall’abitazione. Tornava e piangeva – ricorda papà Carmelo – perché voleva rimettersi con lei: ma era un attore. Stava sempre davanti casa nostra, mia figlia era ‘prigioniera’. La seguiva anche al panificio dove lei lavorava. Siamo andati anche a casa dei suoi genitori, e suo padre, che è una persona squisita, gli diceva che se la storia era finita doveva smetterla. Ma lui non ascoltava e si era fatto la copia delle chiavi di casa. Saliva nel sottotetto e ci spiava".

Nino Femiani