Matteo Massi Provate a stupirci. Magari non tutti i 3 milioni di dipendenti pubblici – a loro si rivolge lo sciopero di mercoledì prossimo – ma buona parte. Nessuno infatti, mette in discussione le ragioni della “serrata“ – anche se la tempistica resta sospetta – ma per una volta forse potrebbe fare...

Matteo

Massi

Provate a stupirci. Magari non tutti i 3 milioni di dipendenti pubblici – a loro si rivolge lo sciopero di mercoledì prossimo – ma buona parte. Nessuno infatti, mette in discussione le ragioni della “serrata“ – anche se la tempistica resta sospetta – ma per una volta forse potrebbe fare più rumore l’esserci, invece del non esserci. Potrebbe fare più rumore la presenza rispetto all’assenza, annunciata con lo sciopero ormai quasi un mese fa. Nessun tentativo reazionario di andare a intaccare il diritto allo sciopero (sacrosanto), al massimo un modo rivoluzionario per far valere (comunque) le vostre ragioni.

Sessantaquattro anni fa Danilo Dolci s’inventò lo sciopero alla rovescia e finì anche sotto processo: radunò a Partinico, in Sicilia, tutti i disoccupati e assieme a loro lavorò per ricostruire le strade di un paese che non solo cadeva a pezzi, ma spesso non li aveva proprio i pezzi. La tesi: come può un disoccupato, astenersi dal lavoro, se quel lavoro non ce l’ha? Questi tempi, in piena pandemia, così difficili ma anche così urgenti nel garantire servizi comunque essenziali per la comunità (il primo pensiero corre ovviamente alla scuola di ogni ordine e grado e alla sanità), possono essere l’occasione per ripensare a forme di proteste per i fortunati che un lavoro ce l’hanno ancora, per quelli (sempre di più) che rischiano di perderlo e per chi proprio non ce l’ha. Andate e dimostrate, in presenza, che senza di voi quel servizio non esisterebbe e che merita il giusto riconoscimento (anche economico).