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16 apr 2022

Troppo inglesorum, prova a parlare come mangi

16 apr 2022
tommaso
Cronaca

Tommaso

Strambi

Negli ultimi due anni è stato un profluvio: hub, booster, smartworking. Così come, dopo la crisi economica del 2008, i nostri risvegli erano sommersi di spread, bond e buffer che nel giro di poco tempo avevano sostituito, durante le pause caffé, le discussioni su penalty, tackle e corner. Una vera e propria english-mania. Tanto che pochi mesi fa il premier (oh no, scusate), il presidente del Consiglio, è sbottato: "Chissà perché, poi, dobbiamo usare tutte queste parole in inglese". Già, perché? Secondo alcuni italianisti è più un problema di "ecologia linguistica" che di "purismo". Ma, forse, c’è dell’altro. Anche perché non è certo una carenza di termini italiani. Anzi, tutt’altro. Il nostro vocabolario è assai ampio e variegato da consentirci di avere sempre la parola giusta, senza dover ricorrere, per forza, all’idioma degli Windsor. Non per nulla, lo scorso anno, in Parlamento è stata presentata una proposta di legge "in difesa della lingua italiana". Ma tant’è.

Così, alzi la mano chi non si è mai trovato davanti un interlocutore che infarcisca il proprio discorso di parole inglesi. Questione di provincialismo? O di sudditanza psicologica? La linea di confine potrebbe essere assai labile. Parlare fluentemente inglese non è per tutti, come ci insegnano alcuni politici di casa nostra. E, anche per questo, a ribellarsi è stato l’unico (Mario Draghi) che lo sa fare senza finire nel mirino di Blob o della Zanzara. Ma, forse, c’è anche un’altra spiegazione. Spesso, chi ricorre all’uso dei termini inglesi lo fa per nascondere l’insostenibile leggerenza delle proprie argomentazioni. Insomma, l’english-dipendenza è l’ammissione della propria ’incompetenza’ linguistica. E, forse, non solo. Proprio come faceva il Principe De Curtis in Totò, Peppino e la... malafemmina.

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