Giovanni Bogani Toni Servillo uno e trino: la Mostra, quest’anno, è sua. Sui 21 film in corsa per il Leone d’oro, Servillo ne interpreta, da protagonista, ben due. Più un terzo film, fuori concorso. Hanno scritto, con una punta di veleno, che Venezia è Servillolandia. E certo, se un tempo tutti i...

Giovanni

Bogani

Toni Servillo uno e trino: la Mostra, quest’anno, è sua. Sui 21 film in corsa per il Leone d’oro, Servillo ne interpreta, da protagonista, ben due. Più un terzo film, fuori concorso. Hanno scritto, con una punta di veleno, che Venezia è Servillolandia. E certo, se un tempo tutti i film li faceva Vittorio Gassman, oggi viene il sospetto che un film d’autore italiano non possa prescindere da Servillo.

Uno, cento, mille Toni. È il male oscuro del Servillismo, un chinare il capo davanti al carisma dell’attore più iconico del cinema italiano?

No. Se c’è, in quei film, è perché serve. In "Qui rido io" è monumentale, gigantesco: riesce a fare affiorare sul volto sicurezza, arroganza, hybris, malinconia, sconfitta, smarrimento, impotenza. E se, a 62 anni, Toni Servillo ha vinto quattro David di Donatello, altrettanti Nastri d’argento, due Globi d’oro, tre Ciak d’oro, un Marc’Aurelio d’argento, qualcosa vorrà pur dire. Ultimo argomento di questa difesa di cui Servillo non ha bisogno: non c’è niente di artificiale, di forzato nel suo coinvolgimento nei film dei tre registi napoletani. Con Servillo, Di Costanzo e Martone si conoscono da quarant’anni. E Sorrentino, beh, è inutile dirlo. Sei film insieme e vent’anni di cinema, con un Oscar in mezzo, sono più di una collaborazione: sono una simbiosi. Dunque, non è, tutto ciò, frutto di una scelta a tavolino. Viene da antiche consonanze, da sintonie sedimentate nel tempo. E poi, per fare il cinema, un attore bravo serve. Anzi, Servillo.