Il portiere del Belgio Thibaut Courtois (Ansa)
Il portiere del Belgio Thibaut Courtois (Ansa)
Ammettiamolo, è una vecchia storia. I tifosi delle curve, quando la squadra del cuore delude le aspettative, ricorrono abitualmente a uno slogan collaudatissimo: "Andate a lavorare". È un classico, quasi una reazione proletaria e plebea di fronte alle figuracce dei presunti campioni. È anche un modo di manifestare una rabbia socioculturale: ma come, ti pagano per tirare calci a un pallone e non sei in grado di regalare una gioia a me, che invece vado in fabbrica o in ufficio e pago persino il biglietto per vederti giocare?!? Storia vecchia, dicevo all’inizio. Tornata, però, di grande attualità alla luce...

Ammettiamolo, è una vecchia storia. I tifosi delle curve, quando la squadra del cuore delude le aspettative, ricorrono abitualmente a uno slogan collaudatissimo: "Andate a lavorare".

È un classico, quasi una reazione proletaria e plebea di fronte alle figuracce dei presunti campioni. È anche un modo di manifestare una rabbia socioculturale: ma come, ti pagano per tirare calci a un pallone e non sei in grado di regalare una gioia a me, che invece vado in fabbrica o in ufficio e pago persino il biglietto per vederti giocare?!?

Storia vecchia, dicevo all’inizio. Tornata, però, di grande attualità alla luce degli eventi più recenti. Il business del football moltiplica ormai le partite. I professionisti della pedata sono chiamati a scendere in campo ogni due o tre giorni. Debbono freneticamente prendere aerei, cambiare alberghi, modificare orari e abitudini. Poveri (si fa per dire, ovviamente) cristi: a dispetto dei loro enormi guadagni, esiste pur sempre il rovescio della medaglia.

Solo che. Solo che, almeno nell’immaginario collettivo, non si può fare un paragone. Essere calciatore non sarà mai come essere impiegato o operaio. È troppo grande la differenza tra le buste paga e tra gli stili di vita. Tanto che diventa persino irritante imbattersi in giocatori che, a dispetto dei privilegi accumulati, reclamano talvolta attenzioni degne di miglior causa. In breve: se guadagni un milione di euro al mese, forse le tutele sindacali di Cgil, CISL e Uil mica ti spettano.

Ultimo esempio della dicotomia, tra esistenze reali ed esistenze da film, l’atteggiamento del portiere belga del Real Madrid, l’ottimo 29enne Thibaut Courtois. Costui, per giustificare lo scarso rendimento offerto dalla squadra del Belgio nella recentissima Nations League, ha scomodato persino Asimov, lo scrittore di fantascienza: "Noi calciatori non siamo robot, il calendario è troppo compresso, ci fanno giocare troppo".

Povero piccolo. Contro la sua verità, si è simbolicamente scagliato Renzo Ulivieri, già calciatore, poi eccellente allenatore, di sbandierate simpatie per la sinistra (con un passato nel Pci e Pds). Munito di toscana lingua tagliente, il citato Ulivieri ha replicato a brutto grugno all’estremo difensore del leggendario e ricchissimo Real: "Questo qui si dimentica di essere pagato per divertirsi, se parla di stress da lavoro posso sempre trovargli un posto in conceria, così capisce la differenza".

La cosa buffa è che hanno ragione tutti e due. Courtois non sbaglia a lamentarsi di una organizzazione del pianeta calcio troppo dominata dalle esigenze dello spettacolo da vendere in televisione, ci sono troppe partite e alla fine della fiera è normale che qualcuno, per quanto strapagato e immerso nel lusso, possa sentirsi stanco, come insegnavano le nostre nonne "un gioco è bello finché è corto". Ma è nel giusto anche Ulivieri: se si lamenta un asso della pedata, cosa mai dovrebbe dire un precario che non arriva a prendere 1.000 euro al mese, cifra che il portiere del Real Madrid guadagna, grosso modo, in appena un’ora?

Lavorare stanca, ok. Ma non con il pallone tra i piedi.