Il premier libico Abdul Hamid Dbeibah e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan
Il premier libico Abdul Hamid Dbeibah e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan
La questione dei migranti, che dalle coste libiche continuano a sbarcare senza permesso sulle italiche sponde, può essere osservata sotto ottiche diverse. C’è quella che guarda ai numeri, rimarcando il fatto che, nello stesso periodo, dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono stati circa il triplo di quelli del 2020 e oltre dieci volte quelli del 2019. Questo, tuttavia, aiuta poco a comprendere l’intricato connubio nazionale tra politica e diatribe interne. Se la guardiamo sotto il profilo della politica europea, rimaniamo impigliati nella ragnatela del ’Dublino sì, Dublino no’ e quote-Paese ripudiate o non applicate, per...

La questione dei migranti, che dalle coste libiche continuano a sbarcare senza permesso sulle italiche sponde, può essere osservata sotto ottiche diverse. C’è quella che guarda ai numeri, rimarcando il fatto che, nello stesso periodo, dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono stati circa il triplo di quelli del 2020 e oltre dieci volte quelli del 2019. Questo, tuttavia, aiuta poco a comprendere l’intricato connubio nazionale tra politica e diatribe interne.

Se la guardiamo sotto il profilo della politica europea, rimaniamo impigliati nella ragnatela del ’Dublino sì, Dublino no’ e quote-Paese ripudiate o non applicate, per ridiscendere infine alle abituali liti tra partiti.

C’è poi da osservare lo spregiudicato presidente Erdogan, che, pur scontentando tutti, riesce a mantenere i piedi in tutte le scarpe. E, con atteggiamento che qualche maleducato non esita a definire ricattatorio, apre e chiude il rubinetto dei ’suoi’ migranti a seconda della generosità o avarizia con cui la Ue allenta o stringe il cordone delle borsa.

Questo ha però il merito di farci suonare un campanello d’allarme anche per la questione migranti, invitandoci ad alzare lo sguardo verso i piani alti della politica. Sarà una coincidenza, ma la conta degli sbarchi ha ripreso a salire poco dopo che Ankara, dal novembre 2019, ha cominciato a essere la migliore alleata diplomatica e militare di Tripoli, ottenendo ghiotte contropartite in tutto il Mediterraneo e il controllo, in Tripolitania, di alcune aree interne e costiere.

Tra queste, il porto di Misurata, dove imperano i seguaci dei Fratelli Musulmani, compagni di fede di Erdogan e delle ’famiglie’ che, a Ovest di Tripoli, controllano (tra l’altro) anche l’imbarco dei migranti.

Perfino l’addestramento della Guardia Costiera, per la quale a lungo ci eravamo spesi, è passata sotto il controllo turco e gli spari contro il nostro peschereccio sono stati solo un segnale. "Siamo stati tagliati fuori", dicono i nostri politici, i quali, per non dover confessare che "ci siamo tagliati fuori", hanno ricominciato di buona lena la spola tra Roma e Tripoli. Oltre che a promettere, dovremmo fare, perché, al momento, il nuovo governo provvisorio libico (a parte la giovane signora ministro degli Esteri) mantiene ancora una visibile preferenza per la concretezza dei turchi.

I maligni ritengono che ora Erdogan sia nelle condizioni di manovrare il rubinetto dei migranti anche tra Libia e Italia, pregustando di lavare con acqua salata l’offesa (è un dittatore!) percepita dal presidente del Consiglio. Alzando ancora lo sguardo, ecco il sofferto rapporto tra Washington ed Ankara, non certo idilliaco. Tuttavia Biden, desideroso di controllare la Cina attraverso un nuovo pivot asiatico, ha bisogno di qualcuno che tenga sgomberi i porti nordafricani dalla flotta russa, da sempre protesa verso i mari caldi. Erdogan, che si muove con caparbia spregiudicatezza, per assolvere il compito gli appare perfetto e, almeno in questo, va supportato. Se quest’alleanza, al momento ancora tacita, si realizzasse davvero, l’Italia continuerebbe a vedere il mare nostrum, ma solo attraverso il binocolo della missione Irini.