Nel 2010 l'allora presidente Napolitano accoglie le salme di 2 soldati
Nel 2010 l'allora presidente Napolitano accoglie le salme di 2 soldati
Trent’anni dopo la guerra fredda, con Desert Storm l’Italia ha partecipato alla nostra prima guerra del dopoguerra: la liberazione del Kuwait. L’onore della prova del fuoco era toccato alla nostra Aeronautica. Sebbene il maggiore Bellini e il capitano Cocciolone fossero stati rilasciati dalla prigionia irachena con la scritta P.O.W. (prisoner of war) su una tuta gialla, il loro stato di prigionieri di guerra in Italia non venne riconosciuto. Desert Storm, per il nostro governo, era stata solo un’operazione di...

Trent’anni dopo la guerra fredda, con Desert Storm l’Italia ha partecipato alla nostra prima guerra del dopoguerra: la liberazione del Kuwait. L’onore della prova del fuoco era toccato alla nostra Aeronautica. Sebbene il maggiore Bellini e il capitano Cocciolone fossero stati rilasciati dalla prigionia irachena con la scritta P.O.W. (prisoner of war) su una tuta gialla, il loro stato di prigionieri di guerra in Italia non venne riconosciuto.

Desert Storm, per il nostro governo, era stata solo un’operazione di ’polizia internazionale’. Dopo questo avvio atipico, aveva inizio tutta una serie di ’missioni militari di pace’, sinora mai interrotta. Nei momenti culminanti siamo arrivati a contare all’estero, in più teatri, oltre 10mila militari contemporaneamente.

Ieri, però, c’è stato un episodio da tempo atteso, ma che ci lascia in bocca un sapore amaro. Dopo quasi venti anni di presenza continua con costi altissimi – il più alto è stato quello di 54 caduti – il ministro Guerini, con il suo capo di Stato maggiore della Difesa, ha assistito all’ammaina-bandiera sulla base di Camp Arena, in Afghanistan.

Per ora evitiamo i consuntivi, anche se abbiamo già parlato di amaro in bocca. Ma è presto per questo esame, sia per noi, sia per tutto l’Occidente. Le missioni internazionali continuano, espandendosi dal Medio Oriente a tutta l’Africa. Il nostro pubblico pensa ai nostri soldati in Libano, In Afghanistan, in Iraq e anche in Libia. Qualcuno si sorprenderà, quindi, nell’apprendere che l’ultimo programma approvato dal Parlamento prevede ben 41 missioni all’estero, per un impegno di oltre 8.000 militari. L’arco geografico va dai Balcani al Golfo di Guinea, passando ancora per Afghanistan, Iraq e Somalia, includendo in aumento cinque nuove missioni che, oltre al Mediterraneo, interessano anche l’Africa sub-sahariana.

Spesso si sente dire che l’Italia è disattenta, perché partecipa a tutto senza saper trarre profitto da questo ingente investimento. Intendiamoci bene: se si tratta di profitto materiale, in termini di ritorni industriali ed economici, sicuramente c’è qualcuno con più pelo sullo stomaco di noi. Però ricordiamoci anche che le Forze armate, un tempo considerate sopra tutto come fattore di potenza, oggi sono prima di altro strumento di politica estera. E, se ci pensiamo bene, sotto questo profilo negli ultimi trenta anni il loro ritorno è stato molto alto.

Se invece volessimo osservare l’Occidente nel suo complesso, allora dovremmo ammettere che, almeno sinora, il suo impegno nelle missioni internazionali non è certo servito ad aumentarne la credibilità.